RESOCONTO 8 MSP, Jordan, 14-25 Novembre 2007
Amman–Dead Sea, un tragitto fatto molte volte in pochi giorni, per partecipare all’ 8° Meeting degli Stati Parte al trattato di Ottawa, un percorso imparato a memoria, corso e ripercorso fino a lasciare il solco sulla strada polverosa e un segno inciso dentro ognuno di noi. Un andirivieni dalla grande città posta sui sette colli al piccolo lago chiamato mare, attraversando il deserto, circondati da vette di pietra e terra arida che a malapena superano il livello del mare, perché il Mar Morto è lì in fondo, a 400 metri sotto il livello “zero” e con le sue acque salate bagna la Giordania e Israele. Per gli uomini è barriera geografica, segno di confine e di divisione; ma se lo scruti, sentirai che lui è un profeta inascoltato, come molti di quelli passati di qui, uno specchio salato che ti tiene a galla e cerca di farsi “ponte” tra due mondi, cerca di insegnarti come una discontinuità di terra può essere unione fra due popoli. Ma poco più in là sventolano due bandiere fiere e sorde, poste sopra a due check point, mentre una terza da anni aspetta di essere spiegata e sferzata dal vento del deserto. (foto1)
Un luogo simbolo, il Mar Morto, un tempo minato su entrambe le sponde. Cornice ideale per i lavori dell’annuale meeting che vede, fatto del tutto originale e peculiare, una forte interazione fra realtà governative e non governative, impegnate a realizzare quanto sancito nel trattato di Ottawa: liberare il mondo dal flagello delle mine e sostenere le vittime. Un’occasione unica per noi volontari del “Youth for Peace”, partiti dall’Italia grazie all’iniziativa – inedita per ICBL – della Campagna Italiana contro le Mine.
Quasi una missione la nostra: essere di supporto alle attività di ICBL e ritagliarsi degli spazi per la propria formazione personale, da diffondere e condividere al nostro ritorno.
Un’ esperienza da vivere su due livelli: quello “professionale” e quello “personale”. Semplice, no? Ma quando giungi lì scopri che c’è un livello inatteso, non calcolato, che rimescola i tuoi piani: il momento del lavoro si apre alle occasioni di incontro, di relazione e di allegria; il momento personale si arricchisce delle esperienze, delle occasioni per poter osservare da vicino un modello di new diplomacy che come una locomotiva del 21° secolo segna il passo nella scienza politica, dove puoi toccare con mano i suoi attori, fuochisti e macchinisti affaccendati ma lungimiranti.
Ti ritrovi ad essere protagonista assetato di un deserto che a sorpresa ti offre in abbondanza manna e sorgenti di emozioni, novità, amicizie e aiuto. Ti guardi intorno e incontri l’affabilità della gente, l’ospitalità di giovani “apprendisti fotocopiatori” che ti offrono musica e bevande nella loro casa-copisteria; l’intraprendenza dei taxisti, novelli Schumacher, fumatori spericolati su auto scassate lanciate nei saliscendi di una San Francisco mediorientale che cerca di far coesistere l’anfiteatro e la cittadella romana con McDonald e Burger King (foto2). Incontri il principe di Giordania, presidente designato dell’8° MSP, che fa la coda alla cassa del ristorante; la Principessa del Belgio che si commuove quando parla dei bambini vittime di mine, il delegato turco che ti racconta le barzellette (sui soldati italiani) e il capo della delegazione del Bangladesh che scherza con te, ti racconta di quando è stato a Roma e ti dà il suo biglietto da visita invitandoti al suo paese.
A ben guardare, trovi una certa continuità tra questi “potenti” e la semplicità del pizzaiolo giordano, mancato farmacista all’università di Bologna, oggi proprietario di tre pizzerie, felice di essere tornato in patria; o ancora con la spontaneità con cui Franciney, vittima colombiana, racconta della notte trascorsa in manette per essere stato colto a girovagare di notte per la città in cerca del nostro hotel, e che nonostante tutto alle sette di mattina ha l’allegria e la voglia di ballare.
Esperienza di un mondo complesso – quello delle relazioni diplomatiche – dove muoversi in punta dei piedi per riuscire a fissare un appuntamento tra i delegati dei paesi non parte e l’Advocacy Director di ICBL, e di un mondo semplice – quello giordano – dove si mangia con le mani e dove, in mancanza di un linguaggio comune, per ordinare carne di pecora si ricorre al suono primordiale, al verso dell’animale (che abbiamo scoperto essere “meeee” in “arabo”, anziché “beeee”!).
E tu sei lì con un gruppo di persone, che nel frattempo è diventato una vera squadra, e cerchi di cogliere tutto il possibile di quello che vivi, cerchi di essere “attento” proprio come lo sminatore ti ha insegnato sul fiume Giordano (“must be careful!”); osservi e scruti ogni cosa, fiuti tutto, come una fedele unità cinofila, intento a fare umilmente del tuo meglio per aiutare il tuo team, con la regola aurea stampata in mente: attento a non innescare qualche incidente! Fai del tuo meglio anche quando incontri delle persone che non hanno la minima intenzione di contribuire al disarmo e all’aiuto umanitario, che remano contro e sollevano onde dure che ti si infrangono in faccia e ti lasciano lo stesso gusto amaro del Mar Morto, ma che allo stesso tempo ti spronano a restare a galla, a continuare nel tuo impegno. Perché in fondo sei un “giovane per la pace”, e anche se il tempo può piano piano allontanarti dal sostantivo, non può che confermarti e rafforzarti nell’obbiettivo: essere per la pace, a tutti i costi.
E intorno a te al Dead Sea hai tanti esempi che ti possono aiutare, modelli da cui attingere idee, motivazioni e strategie.
Uno su tutti, Cornelio Sommaruga, direttore del GICHD, ex presidente del Comitato Internazionale della Croce Rossa. Nell’incontro che lui stesso (!) ha chiesto e voluto, abbiamo scoperto i passi elaborati e realizzati nei primi anni novanta (quando la lotta alle mine viveva i suoi inizi) da parte delle ONG e di alcuni “willing States”.
Sommaruga ci ha parlato con l’abilità del diplomatico esperto unita a quel tono di mistero con cui un nonno racconta le fiabe ai suoi (15) nipoti. Ha definito il quadro politico e strategico di quegli anni, non ha trascurato i dettagli, le pressioni subite, le novità che lui stesso si è trovato ad affrontare e che hanno richiesto coraggio e rottura degli schemi in un mondo – quello diplomatico – dove l’osservanza della consuetudine e del protocollo sono tutto. Ha aggiunto particolari dettagliati, creato sfumature con ricchezza di colori, dato forme e nomi all’interno di una cornice a noi nota.
E oggi mi chiedo come questa stessa abilità sia passata ad Amjhad, ragazzino di Petra che mescola sabbie di tanti colori e crea disegni, paesaggi e nomi all’interno di piccole bottiglie che vende ai turisti. E anche lui alla fine ti lascia senza parole. (foto3)
Dieci giorni passati cosi ti lasciano un’infinità di spunti e ricordi, talmente forti e intensi che si accavallano nella mente e a volte arrivi a confondere gli eventi del giorno appena trascorso con i giorni precedenti. Fortuna che la tua “fisicità” ti soccorre: la sabbia rossa che ti sfrega nelle ciabatte ti parla di bagno nel Dead Sea, il profumo dei vestiti ti racconta di narghilè (foschia di tabacco, marchio di fabbrica dei locali arabi), le gambe pesanti non scordano nemmeno il più piccolo dei gradini di Petra e la gola arida nella notte ti insegna a non prendere più la pizza nell’Hotel; il naso è chiuso perché se esci alla sera ad Amman ti devi vestire adeguatamente e chiedere al tassista di chiudere i finestrini, mentre le orecchie ti fischiano perché lo stereo era a palla.
Quando esaurisci il retaggio dei tuoi sensi, ti sforzi di recuperare, riordinare e rielaborare qualcosa di più significativo, ogni traccia e segno, barlume, parvenza e luce lasciati nel tuo cuore e nella tua mente.
Neanche il tempo di concentrarti che un intenso raggio di saggezza acceca e penetra i tuoi egoismi, i tuoi schemi, la tua complicata visione delle cose: Tun Channareth e Song Kosal sono ancora lì davanti a te, con la sedia a rotelle e la stampella, con la loro voce leggera, gentile ma profonda, che ti da forza e gioia, fiducia che il mondo può ancora alzarsi e camminare verso un futuro migliore. Parole di speranza sbocciate dal loro dolore grazie ad una fede incrollabile nel loro Dio. E ti commuovi ancora di fronte alla forza del loro messaggio, che è un insegnamento per tutti: la Pace è solidarietà, compassione, chiedersi cosa posso fare io di concreto per te, che sei mio fratello e mia sorella. (foto 4)
E subito dopo alla loro voce si unisce quella udita sul fiume Giordano dalla guida armena, un canto di serenità, un eco giunto dal passato, immacolato e splendente, purificato dalle acque della storia per indicarti la via per il futuro: quella terra, come ogni terra, è patrimonio dell’intera umanità, e noi dobbiamo esserne i custodi, aperti e disponibili all’incontro e al dialogo. Questa è la via della pace.
Pensi al futuro di questo paese e rivedi i bambini del quartiere palestinese, attraversato di sera in taxi, arrampicandosi su ogni salita, andando contro ogni logica “del turista occidentale” e anche contromano in barba al codice della strada, penetrando tanto nei mercatini sporchi e ancora affollati quanto nelle strade chiuse che ti conducono a case fatiscenti, dove non penseresti che qualcuno possa viverci; ed invece da decine di case cosi, costruite una accanto o sull’altra, escono voci, suoni, profumi, e tanti bambini, che si riversano nelle strade. Un’umanità povera, semplice, trapiantata in un altro paese, ma dignitosa, con la propria identità. Guardi quei bambini, dagli occhi scuri e profondi, come la notte alle loro spalle. Ti sorgono domande che non sai nemmeno articolare, allora ti fermi, osservi, ti ascolti. E senti che sei sereno.
Arriva l’inevitabile giorno del tuo ritorno e ti senti come una spugna imbevuta fino al limite di un’esperienza di vita che marca un confine nella tua storia, come il suono della preghiera diffusa con i megafoni al tramonto segna il passaggio tra i due momenti della giornata. E ti vuoi portare a casa ogni goccia assorbita, spremerla nel tuo bagaglio personale e conservarla. Ti domandi se avrai abbastanza posto dentro di te per ricordare tutto, e ti fai spazio dentro, come cerchi di fare spazio nella valigia per portare a casa ogni libro e documento che hai raccolto, con la speranza di non eccedere nel limite di chili per non pagare la tassa al check in. Infine ti scopri maturo abbastanza per provare a portare ogni più piccola esperienza con te e per accettare che il tempo può si sbiadire qualche ricordo - è l’imposta naturale alla quale non ti puoi sottrarre - ma non può portarti via il cambiamento che c’è stato in te, consapevole che ciò che hai vissuto è il tempo stesso che te lo ha concesso, ora è la tua storia. E non ha intenzione di cancellarla.
DIEGO
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