CINA:
La Cina è stata per anni uno stato all’avanguardia, fonte di ispirazione per le altre civiltà per quanto riguarda le arti e le scienze che, tra il XIX e il XX secolo ha subito una battuta d’arresto dal punto di visto della crescita della civiltà a causa di carestie, sconfitte militari e occupazioni straniere.
Con la conclusione della seconda guerra mondiale, la Cina è stata sottoposta ad un sistema socialista autocratico da parte dei comunisti di Mao Zedong che ha guidato il Paese attraverso un controllo serrato sull’economia, sulla politica e sulla vita quotidiana di milioni di persone. Con la morte di Zedong però questo controllo si è ammorbidito grazie alla decisione di Deng Xiaoping di instaurare un sistema basato sull’economia di mercato che ha portato il PIL della nazione a quadruplicarsi nel 2000. Nonostante lo sviluppo sociale ed economico sia effettivamente incrementato il controllo politico continua comunque ad essere ancora molto elevato costringendo il Paese ad essere costantemente condannato, a livello internazionale, soprattutto per quanto riguarda lo scarso rispetto dei diritti umani.
Posizione geografica:
La Cina (letteralmente «Paese di Mezzo») è lo stato più popoloso e si trova in Asia Orientale. Confina a nord con Russia, Mongolia, Corea del Nord; a est con il Mar Cinese orientale, il Mar Cinese occidentale ed il Mar del Giappone; a sud con il Vietnam, la Birmania, il Laos, il Bhutan e il Nepal; a ovest con l'India, il Pakistan, il Kazakistan, il Tagikistan e il Kirghizistan. Per secoli, le imponenti barriere geografiche hanno costruito un confine naturale che ha protetto e isolato i cinesi dal contatto con l’esterno. La metà orientale del Paese è costituita da fertili pianure, montagne, deserti e steppe; la metà occidentale è invece occupata da depressioni, massicci e una parte del più alto altopiano del mondo, l’Himalaya. Data la grandezza del territorio e le caratteristiche fisiche della stesso possiamo affermare con certezza che vi è una forte disparità anche per quanto riguarda la distribuzione demografica del Paese che conta più di 1 miliardo di abitanti concentrati prevalentemente nelle grandi città e nelle campagne.

Bandiera della Cina

La bandiera rossa a cinque stelle della Repubblica Popolare Cinese fu adottata ufficialmente nel 1949, lo stesso giorno in cui fu fondata. Il colore rosso dello sfondo è associato sia alla Cina, sia alla rivoluzione comunista.
La grande stella d'oro nel cantone rappresenta il programma comune del Partito comunista, mentre le quattro più piccole simboleggiano le classi sociale che esso unisce: operai, contadini, piccola borghesia e capitalisti simpatizzanti del partito. Le bandiere che il vecchio governo del Kuomintag (Partito nazionalista cinese) ha usato fino alla fondazione della Repubblica popolare, sono ora invece usate a Taiwan
Storia:
La Repubblica Popolare Cinese è nata in seguito alla fine della II Guerra mondiale. Da essere alleata con l’ex URSS si è ben presto distaccata di fronte all’idea della politica del “Grande Balzo in avanti” durante la quale venne avviata una politica economica basata sulla collettivizzazione delle terre e la produzione di materiali industriali pesanti. Questa politica, che creò forti carestie nel Paese, fu criticata aspramente dagli esponenti politici e militari dell’epoca che furono prontamente destituiti dal governo che, dal 1949 vedeva al vertice Mao Tse-tung. Fino al 1975 nel Paese si susseguirono iniziative che cercarono di “politicizzare” la società che terminarono con la morte di Mao nel 1976. In quegli anni apparsero nuovamente, come elementi importanti per lo Stato, l’industria, l’agricoltura, la difesa e la scienza e le riforme economiche si fecero spazio negli anni ’80 quando vi fu un ritorno alla limitata proprietà agricola e alla liberalizzazione di alcuni settori del mercato. Nel 1986 vi fu il primo vero tentativo da parte della società civile di cercare di separare il “partito” dallo “Stato” ma le manifestazioni culminarono in Piazza Tianamen a Pechino dove l’esercito sparò sui manifestanti.
Dagli anni ‘90 in poi la nuova formula dell’economia socialista di mercato ha registrato una forte crescita tanto da far definire la Cina la II° potenza economia mondiale nel 2010.
Economia:
L’economia cinese in trent’anni è passata da un sistema centralizzato chiuso al mercato internazionale ad un’economia di mercato con una crescita rapida nel settore privato che l’ha fatta divenire una tra i major player nel sistema dell’economia mondiale. Questa evoluzione è avvenuta grazie alle riforme degli anni ‘70 che hanno comportato: la conclusione del sistema della collettivizzazione agricola, la graduale liberalizzazione dei prezzi, una maggiore autonomia per le imprese statali, ecc.. .
Negli ultimi anni la Cina ha ulteriormente rinforzato il proprio supporto alle imprese statali nei settori che considera importanti per la sicurezza economica allo scopo di costruire dei campioni nazionali competitivi a livello globale. Il governo cinese inoltre, per far fronte alla crisi mondiale, ha basato le sue riforme principalmente sulla riduzione del risparmio nazionale e il corrispondente aumento della domanda nazionale attraverso: i trasferimenti alle imprese e una politica di sicurezza sociale; il sostegno all’aumento dei posti di lavoro a favore di milioni di migranti e di una nuova forza lavoro; cercando di contenere i danni ambientali e sociali collegati alla trasformazione economica.
Nonostante la crisi abbia fortemente colpito sia le importazione che le esportazioni della Cina, il Paese di mezza, già nel primo trimestre del 2010, ha superato economicamente il Giappone. Il superamento della Cina, che diventa in questo modo la II potenza economica mondiale, è data come definitiva, da molti economisti, per la fine di quest’anno e rappresenta la conferma che la Cina ha già preso il sopravvento sul Giappone come partner commerciale e che, nell’estremo oriente, la Cina è preferita non solo al Giappone ma anche agli Stati Uniti.
Un grosso problema che riguarda la produzione cinese è quello relativo alla fabbricazione dei prodotti nei Laogai, prigioni utilizzate come campi di lavoro rieducativi per i detenuti nei quali i lavoratori, non pagati, si vedono privati dei loro diritti civili e del diritto al salario. Nel corso degli anni l’utilizzo di questo sistema produttivo è stato molto spesso criticato dalle organizzazioni internazionali per la tutela dei diritti umani che vedevano come contrario agli accordi internazionali l’utilizzo del lavoro forzato e del lavoro minorile per aumentare la competitività del Paese.
L’incremento del commercio derivante dal lavoro forzato naturalmente comporta un continuo profitto sia per le “prigioni” che per il Partito comunista ma, essendo una pratica illegale in molti Paesi in cui esportano, i Laogai si premuniscono di 2 nomi, uno per la prigione e uno per l’attività industriale, facendo comparire nei rapporti con i terzi solamente quello dell’industria. Questo atteggiamento, come comprensibile, comporta una costante violazione non solo dei diritti umani dei detenuti cinesi che si vedono privare di qualsiasi diritto ma anche delle regole del commercio internazionale e dell’etica dei Paesi occidentali (questo nonostante molti Paesi europei non abbiano normative che vietino l’importazione di manufatti prodotti grazie al lavoro forzato – non è il caso degli Usa che hanno una legislazione in proposito –). I laogai non solo aiutano l’economia cinese grazie alle esportazioni in proprio o per multinazionali straniere ma favoriscono l’economia nazionale anche attraverso il mercato degli organi espiantati dai detenuti che vengono giustiziati spesso proprio sulla base delle richieste provenienti a livello nazionale e internazionale.
Curiosità:
la politica del figlio unico come causa che rende la Cina la popolazione che invecchia più velocemente al mondo
La politica del figlio unico è stata introdotta in Cina sul finire degli anni ’70 grazie ad un progetto di pianificazione familiare che rientrava nel Piano d’azione per la popolazione varato nel 1974 dalle Nazioni Unite. L’idea di fondo era rappresentata dalla volontà del governo cinese di sostituirsi alle famiglie nella scelta di quanti figli avere e a distanza di quanto tempo in modo tale che le nascite combaciassero con le necessità di crescita economica del Paese. Quest’idea ha però portato alla creazione di una commissione statale che aveva lo scopo di organizzare la pianificazione, dare la caccia ai trasgressori, infliggere sanzioni pecuniarie e di altra natura, imporre le sterilizzazioni forzate nonché gli aborti per le disobbedienti e favorire l’utilizzo di mezzi di intimidazione e repressioni ritenuti necessari. Secondo le stime del governo di Pechino, la politica del figlio unico ha impedito la nascita di 400 milioni di bambini. Nella realtà però non si sa quanto, effettivamente, questa politica abbia giovato per il raggiungimento degli obiettivi riguardanti lo sviluppo economico del Paese e questo per diversi motivi. Innanzitutto ha comportato l’aumento della spesa nazionale per il mantenimento di una Commissione che aveva, come obiettivo, quello di costituire uno sviluppo economico e sociale che, invece, sarebbe dovuto derivare dalla spontanea volontà delle famiglie a ridurre il numero dei figli; secondariamente perché il costo derivante dai danni alla salute delle donne e dell’invecchiamento della popolazione avranno ripercussioni per molto tempo. Non solo è previsto che nel 2030 il 23% della popolazione sarà tra i 60 e i 65 anni ma il divario tra i maschi e le femmine sta aumentando sempre di più – 119 maschi per 100 femmine – causato dalla decisione di molti genitori di rinunciare alle figlie femmine (In Cina la discendenza è maschile in quanto è il maschio a provvedere al sostentamento dei genitori una volta che questi hanno cessato l’attività lavorativa) che ha portato ad alcuni gravissimi danni collaterali quali l’abbandono dei neonati e il traffico di donne per venderle come mogli ai maschi in esubero, pare che se il trend continuerà a essere quello di questi anni nei prossimi anni si avrà infatti un esubero tra i 50 e i 70 milioni di scapoli.
Vedere Harry Wu, “Strage di innocenti, la politica del figlio unico in Cina”, Guerini e Associati, Milano, 2009
Il dragone nella mitologia cinese e nella vita:
Il drago in Cina è considerato come un animale mitico polimorfo in quanto include, al suo interno, tutti gli altri animali della mitologia cinese. Nel drago infatti sono visti la testa di cammello, le corna di cervo, gli occhi di coniglio, le orecchie di mucca, il corpo di coccodrillo, il ventre di rana, le scaglie di carpa (animale dal quale sembra derivare direttamente – non a caso ha i suoi colori, rosso e oro, e le su scaglie), le zampe di tigre ma con gli artigli dell’aquila (talvolta ha anche le ali simbolo del pipistrello, altro animale benefico della mitologia cinese).
Il drago non è solo un animale composito ma è anche mutevole in quanto gli vengono attribuite la capacità dell’invisibilità e dell’abitare in qualsiasi luogo ed è associato alla longevità e alla pioggia tanto da veder “punite” le statue che li rappresentavano durante i lunghi periodi di siccità a causa dell’inadempienza al loro compito.
Se in occidente i draghi sono visti come malevoli, aggressivi, incarnazione del Male da combattere, il drago cinese ha in sé, insieme agli elementi di potere, forza, aggressività difensiva, anche gli elementi di bonarietà, simpatia, giocosità che lo rapportano all’universo infantile e della festa (infatti non sono mai rappresentati in atteggiamento aggressivo).
Com’è comprensibile quindi in Cina il drago ha molteplici significati, per la religione popolare è la figura che porta la pioggia; alla corte imperiale era simbolo di potere mentre, per altri ancora, era il simbolo dell’illusorietà delle verità per come appaiono. Il drago inoltre è considerato maschile e, molto di frequente, ad esso associano, come corrispondente femminile, la fenice. Nonostante questo, storicamente sono in molti a considerare che vi sia anche un drago femmina e che le piogge scaturiscano proprio dai conflitti tra i due.
Il drago storicamente è stato associato all’imperatore già nella dinastia Tang (618-907 d.C.) ma è stata la dinastia Ming ad assumerlo come il simbolo stesso dell’impero e della Cina ed è così ancora oggi, più all’estero che nel Paese. Comunque sia, i draghi sono gli animali tipici che accompagnavano dopo la morte gli imperatori verso il loro “palazzo celeste” oltre le nubi che da sempre sono state molto importanti nei simbolismi cinesi. In Cina infatti le nuvole sono considerate come la massima espressione della potenza imperiale e, considerando che l’imperatore era di origine divina, si spiega il perché la nuvola rappresenti la massima espressione dell’altezza e cioè del cielo vicino agli dei.
Tornando al dragone esso viene rappresentato durante la festività del capodanno proprio per il suo essere un elemento multiforme che rappresenta una creatura benevola che aiuta la popolazione con le piogge, contro gli spiriti maligni e, grazie al suo legame con le dinastie imperiali, attraverso le danze marca il territorio della civiltà, dell’armonia e della loro cultura contro le invasioni da pericoli materiali (banditi) ed immateriali (demoni). La danza è poi storicamente associata al suono dei tamburi che rappresenta il tuono e qui, ancora una volta ricorre il collegamento con la pioggia. Il Capodanno, nella tradizione cinese rappresenta un momento di rinnovo e di pulizia e non è un caso che combaci con l’inizio della primavera. Il rinnovamento è sia interiore che esteriore al fine di cercare di iniziare l’anno nuovo senza litigi e con la famiglia riunita. Per concludere, l’origine del drago dalla carpa fa del drago un simbolo dell’unità familiare che la popolazione cinese cerca di realizzare durante la cena della vigilia di capodanno che ha appositamente inizio con un pesce, simbolo di buon auspicio dell’unità.
Favola: Il cavallo e il fiume. Fiabe cinesi e orientali. Le fiabe e favole per bambini, genitori e adulti. Il cavallo e il fiume (una favola cinese, della Cina)
Un cavallino viveva nella stalla con la madre e non era mai uscito di casa, né si era mai allontanato dal suo fianco protettivo.
Un giorno la madre gli disse: "E' ora che tu esca e che impari a fare piccole commissioni per me. Porta questo sacchetto di grano al mulino!"
Con il sacco sulla groppa, contento di rendersi utile, il puledro si mise a galoppare verso il mulino.
Ma dopo un po' incontrò sul suo cammino un fiume gonfio d'acqua che fluiva gorgogliando.
"Che cosa devo fare? Potrò attraversare?"Si fermò incerto sulla riva.
Non sapeva a chi chiedere consiglio.
Si guardò intorno e vide un vecchio bue che brucava lì accanto.
Il cavallino si avvicinò e gli chiese:
"Zio, posso attraversare il fiume?"
"Certo, l'acqua non è profonda, mi arriva appena a ginocchio, vai tranquillo".
Il cavallino si mise a galoppare verso il fiume, ma quando stava proprio sulla riva in procinto di attraversare, uno scoiattolo gli si avvicinò saltellando e gli disse tutto agitato: "Non passare, non passare! È pericoloso, rischi di annegare!"
"Ma il fiume è così profondo?" Chiese il cavallino confuso.
"Certo, un amico ieri è annegato" raccontò lo scoiattolo con voce mesta.
Il cavallino non sapeva più a chi credere e decise di tornare a casa per chiedere consiglio alla madre.
"Sono tornato perché l'acqua è molto profonda" disse imbarazzato "non posso attraversare il fiume".
"Sei sicuro? Io penso invece che l'acqua sia poco profonda"replicò la madre.
"E' quello che mi ha detto il vecchio bue, ma lo scoiattolo insiste nel dire che il fiume è pericoloso e che ieri è annegato un suo amico".
"Allora l'acqua è profonda o poco profonda? Prova a pensarci con la tua testa".
"Veramente non ci ho pensato".
"Figlio mio, non devi ascoltare i consigli senza riflettere con la tua testa. Puoi arrivarci da solo. Il bue è grande e grosso e pensa naturalmente che il fiume sia poco profondo, mentre lo scoiattolo è così piccolo che può annegare anche in una pozzanghera e pensa che sia molto profondo".
Dopo aver ascoltato le parole della madre, il cavallino si mise a galoppare verso il fiume sicuro di sé.
Quando lo scoiattolo lo vide con le zampe ormai dentro il fiume gli gridò:
"Allora hai deciso di annegare?"
"Voglio provare ad attraversare".
E il cavallino scoprì che l'acqua del fiume non era né poco profonda come aveva detto il bue, né troppo profonda come aveva detto lo scoiattolo.
Il problema delle mine e delle Cluster:
La Repubblica Popolare Cinese non è membro né del trattato di Ottawa né della Convenzione di Oslo. Prima del 2005 non ha mai mostrato interesse al problema delle mine durante gli incontri annuali dell’Assemblea delle Nazioni Unite volte a emanare risoluzioni a favore della politica del trattato di Ottawa e, anzi, ha continuato per molto tempo a insistere sulla necessità militare delle mine antipersona. Nonostante questa esternazione ha comunque appoggiato la loro totale messa al bando soprattutto dal 2005 al 2008 partecipando a tutti gli incontri che si sono tenuti a livello internazionale.
Nonostante la riluttanza nei confronti delle risoluzioni dell’ONU, dal 2000 l’attività della Cina rispetto alle mine antipersona è stata profondamente diversa tanto da portare, nel 2008, ad una dichiarazione di un rappresentante del Governo Cinese nella quale sosteneva che la produzione era sospesa, eliminata del tutto oppure aveva visto la conversione delle strutture verso altre produzioni, e non solo. Da credere di essere la maggior detentrice di mine antipersona è passata a distruggerne più di due milioni.
Come territorio è ancora contaminato dalle mine delle guerre che hanno colpito i territori vicini quindi India, Russia e Vietnam anche se, ad esempio con il Vietnam sono state portate avanti delle campagne per bonificare il confine da parte del People’s Liberation Army, come attività militare, facendo si che venisse ridotto il problema e avviato un programma di scambi commerciali.
Per quanto riguarda le vittime non è dato sapere qual è il numero esatto ma si presume essere piuttosto elevato, almeno 4224 persone al 2008. Nello stesso anno, l’accesso ai servizi per le persone con disabilità ha avuto un incremento del 75% nelle maggiori città ma è rimasto comunque minimo nelle zone rurali nelle quali sono mancati quasi del tutto i servizi. L’educazione al rischio delle mine non è sufficientemente sostenuta salvo nella regione della Yunnan e la legislazione al riguardo, pur essendo decisamente migliorata, non ha ancora mostrato i suoi frutti nella vita delle vittime. Un esempio a tal proposito può essere la legge, emanata nel 2007, che prevede l’impiego per le persone con disabilità che, nel 2008, ha visto meno dell’1% dei diversamente abili assistiti nella ricerca del lavoro e solo il 17% ricevere una pensione o comunque un sussidio. La Cina ha preso parte nell’agosto del 2008 alla Convenzione ONU sui diritti dei disabili ma non ha ratificato il protocollo aggiuntivo. Pur non avendo una mine action all’interno del Paese, almeno non una governativa, la Cina supporta comunque con propri fondi, che ammontano all’incirca a 900 mila $ all’anno, gli interventi all’estero. Negli ultimi anni ha inoltre rinforzato il proprio contributo mandando dei propri ingegneri a partecipare alla missione ONU in Libano.
Per quanto riguarda le Cluster, come già detto la Cina non è membro della Convenzione di Oslo e non ha nemmeno mai partecipato agli incontri internazionali che hanno portato alla stesura e alla firma della Convenzione. Nel 2008 comunque, durante gli incontri di Oslo, un portavoce sosteneva che la Cina avrebbe continuato a cercare la corretta soluzione al problema delle munizioni cluster.
La Cina è parte della Convenzione sulle armi convenzionali (CCW) ma non hanno ratificato il V° Protocollo sui residuati bellici esplosivi. La Cina da un’importanza particolare al CCW che ritiene l’unico forum appropriato per affrontare il tema delle cluster che comunque ritiene essere già perfetto così mostrandosi contraria, nel 2007, all’idea di sviluppare un nuovo protocollo riguardante, nello specifico, le munizioni cluster.
LA CINA E IL PREMIO NOBEL PER LA PACE
Il Premio Nobel per la Pace del 2010 è stato dato a Liu Xiaobo, dissidente cinese che si trova in carcere.
Il Premio è stato assegnato a lui nonostante il governo cinese facesse pressioni affinché non fosse nominato ma il comitato norvegese ha sostenuto che Liu rappresentasse il simbolo della campagna per il rispetto e la tutela dei diritti umani fondamentali.
La nomina del dissidente a Premio Nobel per la Pace non è stata accettata dal governo cinese che ha minacciato ripercussioni sulle relazioni diplomatiche tra la Cina e la Norvegia ma, nonostante questo, moltissimi governi chiedono alla Cina di rilasciare immediatamente Xiaobo.
Tra le motivazioni del Comitato per il Nobel si legge: “ la Cina ha fatto enormi progressi economici, forse unici al mondo, e molte persone sono state sollevate dalla povertà. Il Paese ha raggiunto un nuovo status che implica maggiore responsabilità nella scena internazionale, che riguarda anche i diritti politici. L'articolo 35 della Costituzione cinese stabilisce che i cittadini godono delle libertà di associazione, di assemblea, di manifestazione e di discorso, ma queste libertà in realtà non vengono messe in pratica». Per oltre due decenni, continua il Comitato del Nobel, «Liu è stato un grande difensore dell'applicazione di questi diritti, ha preso parte alla protesta di Tienanmen nell '89, è stato tra i firmatari e i creatori di Carta 08, manifesto per la democrazia in Cina (che si rifà a Carta 77, dichiarazione dei dissidenti cecoslovacchi contro il regime sovietico). Liu ha costantemente sottolineato questi diritti violati dalla Cina. La campagna per il rispetto e l'applicazione dei diritti umani fondamentali è stata portata avanti da tanti cinesi e Liu è diventato il simbolo principale di questa lotta”.
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a: La Georgia- il paese scelto dai Giovani
contro la guerra nel 2008.
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a: Il Libano - il paese scelto dai Giovani
contro la guerra nel 2007.
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a: Il Marocco - il paese scelto dai Giovani
contro la guerra nel 2006.
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a:
Il Nepal - il paese scelto dai Giovani contro la guerra nel 2005.
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