Faceva freddo e il villaggio era caotico; non molto grande
in verità, quanto basta per perdere l’orientamento
ogni tanto ed essere costretti a chiedere indicazioni ai vecchietti
seduti fuori dalle loro case a parlare del buon governo.
Scale, porte, panchine, locandine di film già visti
ma rimandati quasi ad intervalli regolari, muri incrostati
di annunci e gruppi di persone che attendono il miglior offerente.
E ai piani alti file di ore per poter ottenere una licenza,
discussioni interminabili, incertezza sul futuro. Spesso mi
ritrovavo lì in mezzo a camminare tra la gente, a leggere
sui muri, in ricerca di un’alternativa, a seguire consigli
e a darne di miei.
E tra le facce del villaggio, un volto ormai conosciuto, a
volte sedevamo nella stessa piazza ascoltando cantastorie,
più spesso ci incontravamo tra gli stretti vicoli del
paese.
E un giorno di questi ho camminato un po’ più
in là arrivando al molo.
Che bello il mare! E com’era azzurro! Ed il vento in
quel punto spazzava via le nuvole, dando posto a un caldo
sole che faceva aggrottare la fronte.
Il molo aveva un’aria misteriosa, ricca del fascino
esotico dei racconti dei coraggiosi avventurieri che vi facevano
ritorno, e delle strane vesti di stranieri che avevano perduto
la rotta o solamente erano approdati al villaggio per cercare
di vendere le proprie mercanzie.
C’è una signora dall’aria regale, ben vestita
e dallo sguardo deciso; dietro di lei rotoli di tessuti di
svariata fattezza e provenienza, colorati e ricamati. Ed intorno
uno stuolo di damine dall’aria fanciullesca, chine sulle
loro cucitrici a realizzare corpetti, gonnelle e vestiti da
poter vendere al mercato della domenica.
Tra la calca di gente riesco ad entrare in una locanda, mi
tolgo la giacca e mi siedo per un tè.
Qualcuno stava parlando al tavolo vicino, allungo l’orecchio
per cercare di sentire: si parla di una barca attraccata da
poco, probabilmente si faranno delle gite in mare; ma non
riesco a capirne poi molto, a tratti si parla in dialetto.
Escono tutti ed io mi accodo incuriosita. Arriviamo ai piedi
della barca, non esattamente una nave da crociera, ma nemmeno
una barchetta a remi! A questo punto vedo i due proprietari
dell’imbarcazione: lei è una donna graziosa,
bassina e scura, dicono provenga dai mari del sud. Ha due
occhietti scuri ed un sorriso smagliante, ho l’impressione
che riuscirebbe a vendere anche l’acqua del mare agli
abitanti del villaggio! L’altro è un giovane
uomo, un filo di barba e la fronte alta ed ampia di chi si
fa mille domande; si avvicina a grandi falcate, ha il passo
deciso e gesticola molto.
I due non ci spiegano molto, ci invitano solo a salire a bordo;
non vogliono soldi, ma solo il nostro lavoro. E tra la folla
intenta ad ascoltare, decido di salire anch’io: se i
tipi sono due farabutti posso sempre scendere visto che tutto
sommato dicono che salperemo solo tra qualche giorno. Non
salgo però, finchè non riesco a convincere anche
la ragazza che parla in dialetto, è risaputo che l’unione
fa la forza.
Con una certa dose di titubanza mi arrampico su per la scaletta
scricchiolante, e una volta a bordo mi stupisco di dover condividere
la mia stanza con un’altra ventina di persone! Mi acciglio
per un momento”Ma chi vi conosce?Io non voglio mica
dividere i miei spazi con voi!Voglio una stanza tutta per
me!”- ma è solo quello che penso intimorita dalla
nuova ed inaspettata situazione. Che io abbia capito male?
Così torno indietro alla scaletta per controllare se
per caso avessi tralasciato qualcosa, se magari un cartello
sfuggito alla lettura avesse potuto sciogliere i miei dubbi.
Ma niente da fare. E allora mi faccio coraggio e mi dirigo
sul ponte; mai e poi mai avrei immaginato che quel giorno,
mettendo piede su quella barca, la mia esistenza sarebbe cambiata
così tanto….
Il lavoro inizia presto: i due sono molto scaltri e sembrano
proprio avere dei piani ben precisi; mi diverte sorprenderli
ogni tanto a ridere sotto i baffi o a lanciarsi delle occhiate
di complicità; mi incuriosisce come i due riescano
a ponderare tra di loro le rispettive personalità come
fossero due piatti della bilancia sempre allo stesso livello:
né l’uno sopraffa l’altra con la propria
esuberanza, né l’altra invade lo spazio del giovane
uomo con la propria ricercata eloquenza.
Mi accorgo fin da subito che i compiti da svolgere non saranno
indipendenti da quelli degli altri a bordo; al contrario,
le fatiche verranno interamente condivise, incalzati dalle
parole della donnina e spronati dagli incitamenti dell’altro.
Lei narra storie del nostro villaggio, del suo e di altri
paesi; ci racconta di terre lontane, di gesta eroiche, di
uomini orchi e finti giocattoli; storie di pappagalli verdi
e campi senza vita, di rivoluzioni, di orrori e di dolore,
ma anche di tanto coraggio e di speranza.
Spesso è difficile capirla, nel mio villaggio la vita
è sempre uguale.
Ma giorno dopo giorno mi lascio sempre più travolgere
dalle sue parole, ed inizio a guardare al mare come ad un
territorio da esplorare; nasce e cresce l’esigenza di
abbandonare la terra ferma e sperimentare un cambiamento,
non so bene come, e non so nemmeno se sarò in grado
di affrontare l’acqua alta; ma rimanere qualche giorno
in barca senza navigare, solo immaginando traversate in mari
aperti, stuzzica la mia fantasia, e l’uomo e la donna
non sembrano affatto dei venditori di fumo.
Col senno di poi riconosco l’importanza dell’essere
rimasti ancorati alla riva: ho avuto l’occasione di
assaporare lo spirito del navigante, e la possibilità
di riflettere sulla bontà di quel sapore, adatto al
mio palato oppure no. Ed il gusto dell’esperienza non
era affatto male!
Che poi, tutto sommato, le scelte di vita per chi abita in
un posto di mare possono sembrare oltremodo limitate: si può
imparare l’arte del pescare o quella del commercio;
tutti si danno da fare per sfruttare le ricchezze che il mare
ha da offrire, ma se proprio si soffre di pigrizia, si può
far finta di saperla lunga ed elevarsi a saggio, oppure non
riuscire a darla a bere a nessuno e candidarsi a scemo del
villaggio! O ancora prendere il largo, anche quando l’orizzonte
suscita apprensione, strani mostri potrebbe celare il mare
scuro e popoli inospitali si potrebbero incontrare durante
le soste.
E mentre degli altri passeggeri, qualcuno se ne tornerà
di corsa all’ombra delle strade del villaggio, in mezzo
alla gente, seduto ad aspettare l’ennesimo oratore;
altri ancora addirittura urleranno a gran voce la loro volontà
di diventare timonieri, diranno di aver studiato i mari per
anni e di conoscere tutte le rotte…peccato che nel momento
in cui si deciderà di mollare gli ormeggi, mancheranno
tutti all’appello! Qualcun altro si sperderà
tra i setti mari, al fianco di temibili pirati; altri infine
rimarranno a bordo con me , vecchi lupi di mare in cerca di
avventura.
Non sarà una scelta soppesata, nessuno ci ha offerto
ricompense. E’ stato l’entusiasmo riflesso negli
occhi dei due a suggerirmi di rimanere a bordo, insieme all’interesse
per gli affascinanti racconti di lei e alle strane movenze
teatrali di lui.
Ha inizio la mia vita in barca nel retro delle cucine, e mi
sforzo di cogliere i gusti dell’equipaggio: non è
così semplice, più spesso il gusto è
un fatto personale, ma nelle sale del pranzo è indispensabile
che ognuno ne esca sazio e soddisfatto; e mi metto in attesa
di indicazioni e consigli sulla giusta cottura, che i due
con fare apprensivo non lesinano mai. E fin dalla partenza
sperimento un senso molto forte di appartenenza all’equipaggio,
mai una volta me ne sono sentita fuori, e molte cose ho appreso
in fatto di navigazione, sia nelle giornate di burrasca, col
mare ingrossato e il vento che sbatte sulla faccia che nei
giorni di calma, dove tutto sembra andare a gonfie vele.
Questa storia prosegue, tra mal di mare, patate da pelare
e giornate a poppa a languire beatamente sotto il sole. Quel
sole dell’ultimo viaggio, forse il più emozionante,
a est del nostro mondo.
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