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LANDMINE MONITOR 2004 - ITALIA: DATI PRINCIPALI

Landmine Monitor Report 2004 – Italia

Principali sviluppi dal maggio 2003:  Nel 2003, l’Italia ha stanziato 5,11 milioni di euro per finanziare attività di lotta contro le mine, circa il 50% in meno rispetto all’anno precedente. Nel febbraio 2004  è stato confermato in sede internazionale che, per il triennio 2004-2006, il Fondo per lo Sminamento Umanitario (istituito per legge nel 2001) avrebbe ricevuto un totale di 7.650.000 euro: una cifra decisamente inferiore rispetto agli stanziamenti degli ultimi anni. Nel settembre 2003, l’Italia ha assunto la carica di co-presidente del comitato permanente sulla distruzione degli arsenali di mine in seno alla Convenzione di Ottawa. In qualità di presidente del Consiglio dell’Unione europea nel secondo semestre del 2003, l’Italia ha inoltre realizzato 39 iniziative diplomatiche nei confronti di Paesi che ancora non hanno aderito al Trattato di Ottawa, alle quali se ne sono aggiunte altre cinque realizzate a titolo individuale.

Principali sviluppi dal 1999: L’Italia è diventata parte contraente del Trattato per la messa al bando delle mine il primo ottobre 1999, ma il parlamento italiano aveva già adottato una legge nazionale che proibiva produzione, uso, trasferimenti e stoccaggio di mine antipersona nell’ottobre 1997. Gli arsenali italiani contenevano 7.100.000 mine antipersona, un quantitativo notevolmente superiore a quello detenuto da qualsiasi altro Paese membro dell’Unione Europea. Il programma di distruzione delle mine stoccate ebbe inizio nel febbraio 1999 e fu completato nel novembre 2002. Tra il settembre 2002 ed il dicembre 2004, l’Italia ha ricoperto le cariche di co-relatore e co-presidente del comitato permanente sulla distruzione degli arsenali di mine in seno alla Convenzione di Ottawa. Tra il 1999 e il 2004 i fondi stanziati per le attività di lotta alle mine sono ammontati a circa 27.100.000 di euro, dei quali circa 4,5 milioni di dollari sono stati devoluti a progetti di assistenza alle vittime. L’Italia ha istituito uno speciale Fondo per lo Sminamento Umanitario  nel 2001.

Messa al bando delle mine

L’Italia ha firmato il Trattato per la messa al bando delle mine il 3 dicembre 1997 e l’ha ratificato il 23 aprile 1999, diventando stato parte a pieno titolo nell’ottobre dello stesso anno.[1] In precedenza,  il 29 ottobre 1997, il parlamento aveva adottato la legge 374/97 che metteva al bando le mine antipersona. Con alcuni emendamenti, questa legge è stata utilizzata come strumento di applicazione del Trattato di Ottawa con l’approvazione della legge di ratifica (L.106/99)  il 26 marzo 1999. La legislazione italiana è più restrittiva del Trattato di Ottawa sotto certi aspetti.[2]

L’Italia ha partecipato attivamente a tutte le riunioni annuali degli Stati parte del Trattato di Ottawa e a quelle dei suoi comitati permanenti, diventando co-relatore prima (settembre 2002) e co-presidente poi (settembre) del comitato permanente sulla distruzione degli arsenali, carica che ricoprirà fino alla prima conferenza di revisione del Trattato di Ottawa (novembre/dicembre 2004). In occasione della quinta riunione degli Stati parte nel settembre 2003, in qualità di presidente del Consiglio dell’Unione Europea, l’Italia ha confermato che il sostegno alle attività umanitarie contro le mine faceva parte delle priorità politiche dell’Unione, sottolineando che “sono ancora necessari sforzi immutati diretti all’eliminazione delle mine antipersona nel mondo”.[3] Alla riunione dei comitati permanenti del febbraio 2004, la delegazione italiana ha fornito un aggiornamento sulle iniziative diplomatiche intraprese dall’Italia  in occasione della presidenza europea per promuovere l’universalizzazione della convenzione di Ottawa ed il rispetto dei requisiti di trasparenza previsti per gli Stati parte dal suo art. 7, ed ha annunciato gli stanziamenti destinati all’azione contro le mine per il triennio 2004-2006. [4] Nel marzo 2004 l’Italia ha preso parte ad una riunione convocata dalla Commissione Nazionale francese per l’Eliminazione delle Mine Antipersona per discutere l’applicazione del Trattato ed il suo articolo 8.[5]

Nel periodo precedente l’assunzione da parte dell’Italia della presidenza europea (primo luglio – 31 dicembre 2003), la Campagna Italiana contro le Mine ha delineato alcune priorità per il periodo di presidenza: il sostegno alla universalizzazione ed applicazione del Trattato, iniziative per porre fine all’uso di mine e l’aumento dei fondi destinati alla lotta contro le mine.[6] Il Ministero degli Affari Esteri ha assicurato alla Campagna che “le considerazioni formulate [nel documento] riflettono i principi cui il Governo intende ispirare la sua azione nello specifico settore, che abbiamo avuto cura di illustrare in ambito comunitario fin da queste prime settimane”.[7] In qualità di presidente dell’ Unione Europea, l’Italia ha intrapreso iniziative diplomatiche nei confronti di 39 Paesi che ancora non avevano aderito al Trattato di Ottawa, mentre a titolo individuale ne ha realizzate altre cinque nei confronti dei due Paesi membri dell’Unione (Finlandia e Grecia) e dei tre di futura accessione (Estonia, Lettonia e Polonia) che ancora rimanevano al di fuori del Trattato.[8] Iniziative per promuovere le misure di trasparenza previste dall’art. 7 del Trattato sono state intraprese nei confronti di Capo Verde, Costa d’Avorio, Eritrea, Namibia e Nauru. [9]

Già in anni precedenti, l’Italia aveva già preso delle iniziative per promuovere l’universalizzazione del Trattato. Nel 2002, il Ministero degli Affari Esteri ha dichiarato di aver preso iniziative diplomatiche nei confronti di Egitto, Etiopia, Libia e Stati Uniti, e di aver intavolato contatti con gruppi armati non statuali.[10] Nell’ottobre 2002, il Senato aveva approvato una mozione che impegnava il governo a promuovere l’adesione ai principi del Trattato nei confronti dei gruppi armati non statuali.[11]

Nel dicembre 2003, l’Italia ha votato a favore della risoluzione 58/53 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a sostegno dell’universalizzazione e dell’applicazione del Trattato per la messa al bando delle mine, come aveva già fatto in occasione della presentazione di risoluzioni simili fin dal 1996. In qualità di presidente di turno dell’Unione Europea, l’Italia ha inoltre coordinato la presentazione della risoluzione 58/127 dell’Assemblea Generale ONU a sostegno di un aumento delle risorse destinate alla lotta contro le mine, approvata per consenso il 19 novembre 2003.

L’Italia ha presentato la relazione richiesta ai sensi dell’art. 7 del Trattato di Ottawa il 27 aprile 2004. La relazione non evidenzia alcun cambiamento rispetto a quella presentata l’anno precedente, ad eccezione delle informazioni sui finanziamenti per le attività contro le mine, fornite nel modulo facoltativo “J”. Prima di questa, l’Italia aveva già presentato quattro relazioni ex art. 7.[12]

In seguito ad un’azione di pressione da parte della Campagna Italiana Contro le Mine in occasione del quinto anniversario dell’entrata in vigore del Trattato di Ottawa, la Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati il 24 marzo 2004 ha votato all’unanimità una risoluzione che impegnava il governo a coordinare con la Campagna la sua partecipazione alla prima Conferenza di revisione del Trattato di Ottawa, prevista dal 29 novembre al 3 dicembre 2004. La risoluzione auspica un’ampia partecipazione della società civile, di parlamentari e organizzazioni non governative; chiede al governo di incoraggiare l’adesione al Trattato da parte degli Stati che ancora non lo hanno sottoscritto, con particolare riferimento ai Paesi membri della NATO e di aumentare considerevolmente i finanziamenti destinati alla lotta contro le mine per l’esercizio 2005-2006. In aprile 2004, una risoluzione simile è stata presentata in senato da un partito di centro-sinistra.

In sede internazionale, l’Italia ha partecipato alle discussioni tra Stati Parte su questioni di interpretazione e applicazione del Trattato relative agli articoli 1, 2 e 3 del Trattato di Ottawa. Nel corso della quinta riunione degli Stati Parte tenutasi a Bangkok nel settembre 2003, l’Italia ha confermato le dichiarazioni fatte in precedenza in base alle quali la legislazione nazionale consente lo svolgimento di operazioni congiunte con le forze armate di altri Paesi solo nella misura in cui queste siano compatibili con l’art. 1 del Trattato. Le forze armate italiane continuano a ricevere istruzioni tassative di astenersi dal partecipare a qualsiasi operazione contraria allo spirito o alla lettera del Trattato.[13] Nel febbraio 2003,l’Italia ha dichiarato che le sue truppe in Afghanistan hanno ricevuto istruzioni scritte in questo senso.[14]

Per quanto riguarda la questione, collegata alla precedente, della legalità del transito di mine antipersona sul territorio di uno Stato parte, l’Italia ha ribadito che la legislazione nazionale consente il transito di mine solo per consentirne la distruzione.[15] Nel marzo 2003, la Campagna Italiana Contro le Mine ha chiesto al Ministero della Difesa di dare rassicurazioni sul fatto che, nelle fasi preparatorie della guerra in Iraq, non venissero fatte transitare sulla rete ferroviaria italiana, mine antipersona appartenenti all’esercito USA, e di dichiarare quali garanzie avessero dato le autorità americane sul fatto che il sostegno logistico richiesto all’Italia sarebbe stato compatibile con gli obblighi derivanti per l’Italia dal Trattato di Ottawa.  In una lettera datata 13 maggio, il Ministero ha risposto che , “sebbene gli Stati Uniti non abbiano firmato la Convenzione [di Ottawa], (…) sono a perfetta conoscenza degli obblighi che da questa derivano agli Stati sottoscrittori” e che “la problematica è già stata commentata nel contesto dei lavori della Convenzione sulle Armi Convenzionali, svoltasi a Ginevra dal 10 al 14 marzo e di cui gli USA sono Stato Parte”.

Per quanto riguarda l’articolo 2 (definizione di mina) e la questione della proibizione delle mine anticarro con inneschi sensibili e congegni antirimozione, in occasione della V riunione degli Stati Parte, l’Italia ha confermato che la sua legislazione nazionale definisce mina antipersona “ogni dispositivo o ordigno dislocabile sopra, sotto, all’interno o accanto ad una qualsiasi superficie e congegnato, o adattabile mediante specifiche predisposizioni, in modo da esplodere, causare un’esplosione o rilasciare sostanze incapacitanti come conseguenza della presenza, prossimità o del contatto di una persona.” L’Italia ha chiarito che “questa definizione quindi comprende anche le mine anticarro dotate di congegni antirimozione, che sono equiparate alle mine antipersona.”[16] In dichiarazioni fatte in precedenza su questo punto, l’Italia ha incoraggiato gli altri Stati parte ad esaminare tutte le opzioni possibili per avanzare verso un accordo in materia attraverso un’analisi delle “buone pratiche” adottate dai diversi Stati.[17]

L’Italia è una parte contraente della Convenzione sulle Armi Convenzionali e del suo II protocollo addizionale (relativo alle mine), ed ha partecipato alla V conferenza degli Stati parte del protocollo nel novembre 2003.[18]  L’Italia ha presentato il rapporto annuale previsto dall’art. 13 della Convenzione il 10 novembre 2003, come aveva già fatto negli anni precedenti. Sempre nell’ambito dei lavori della Convenzione sulle Armi Convenzionali, l’Italia ha subordinato il suo sostegno ad un protocollo vincolante sui residuati bellici esplosivi alla negazione di qualsiasi responsabilità retroattiva per la bonifica di residuati già esistenti.[19]

Sequestri di mine e uso per scopi criminali

Il 29 gennaio 2004, un pacchetto contenente due mine antipersona è stato intercettato dai Carabinieri presso l’aeroporto di Fiumicino (Roma). Le mine erano prive di cariche e di innesco ma erano dotate di detonatori elettrici. Il destinatario del pacchetto era un genovese, che ha dichiarato di aver ordinato le mine da una ditta americana attraverso internet. L’uomo è stato interrogato ed una perquisizione del suo domicilio non ha rivelato la presenza di altre mine.[20]

Il 10 marzo 2004, invece, una mina collocata presso un ingresso laterale del Municipio di Gairo (NU) è stata rimossa dagli artificieri dell’arma dei carabinieri.[21]  Meno di due settimane dopo, il 23 marzo, un’altra mina antipersona è stata rinvenuta nel parcheggio di un centro commerciale alla periferia di Roma. Anche questa è stata messa in sicurezza e rimossa dagli artificieri.[22]

Un altro episodio di uso di mine a scopo di intimidazione si era verificato in Sardegna il 12 dicembre 2003, quando una mina antipersona era stata fissata alla portiera dell’auto di una sindacalista insieme ad un messaggio minatorio. La mina, rimossa da artificieri, era risultata priva di innesco. Un articolo di giornale lega questo episodio al furto di esplosivi e mine antipersona da un deposito militare a Campo Mela (SS) nell’aprile 1997.  Cinque persone furono arrestate nel luglio 1997 e successivamente condannate per questo furto. Gran parte del bottino è stato recuperato in successive operazioni. Una mina fu ritrovata durante la perquisizione di una casa ad Arzana poche settimane prima dell’arresto dei sospetti; 60 mine antipersona e tre mine anticarro furono recuperate a Barisardo il 24 agosto 1997; altre sei furono rinvenute nella carcassa di un’auto distrutta sempre a Barisardo nell’aprile del 1998; 25 mine furono ritrovate in una casa di Cardedu nel maggio 2002, dove ne vennero rinvenute anche altre 11 antipersona e una anticarro il 17 giugno 2002. Altri due ritrovamenti nel 2004: il 7 marzo sono state recuperate dai Carabinieri in una grotta in provincia di Nuoro 49 mine antipersona modello MK2, ed in maggio ne sono state ritrovate altre 37 sepolte ad Ogliastra.[23]

Il 27 agosto 2004 un pacchetto contenente una mina antipersona di fabbricazione italiana ma da addestramento (e quindi non in grado di esplodere) è stato recapitato alla redazione romana del quotidiano La Repubblica.[24]

Fino al settembre 2004, nessuno è mai stato perseguito ai sensi della legge italiana per la messa al bando delle mine che configura come reato il possesso, l’uso ed il trasferimento di mine.[25]

Produzione e trasferimenti

Nel novembre 1993, il governo italiano smesso di autorizzare le esportazioni di mine antipersona e nell’agosto 1994 è stata dichiarata una moratoria sulla produzione e l’esportazione, resa permanente nell’ottobre 1997 con l’adozione della legge 374/97. Come documentato  nel Landmine Monitor Report 1999, l’Italia era stata fino ad allora uno dei principali Paesi produttori ed esportatori di mine antipersona, grazie alle attività di tre imprese, la Valsella, la Tecnovar e la Misar, specializzate nella produzione ed esportazione di mine, di cui producevano rispettivamente 10, due e quattro tipi principali. Mine italiane sono state ritrovate in Afghanistan, Angola, Argentina, Egitto, Kuwait, Iran, Iraq, Libano, Marocco, Mozambico, Pakistan, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Sudafrica e Sudan.[26]

La riconversione o lo smantellamento degli impianti di produzione della Valsella e della Tecnovar sono stati documentati nella seconda relazione presentata dall’Italia in osservanza dell’art. 7 del Trattato di Ottawa.[27]   Nessuna informazione relativa alla Misar è mai stata inserita nelle relazioni ex art. 7 o in alcuna delle edizioni del Registro delle Mine pubblicato dal Ministero della Difesa.[28] La linea di produzione della Misar è stata venduta alla Società Esplosivi Industriali (SEI), controllata da un gruppo industriale con sede a Parigi.  Il Ministero della Difesa ha affermato che la MISAR/SEI ha risposto alle richieste del Ministero ed ha soddisfatto i requisiti legali, ma non ha reso pubblica la risposta ricevuta.[29] La legislazione italiana prevedeva che chiunque fosse in possesso di mine e loro componenti lo dichiarasse entro quattro mesi dall’entrata in vigore della legge  e le consegnasse al comando territoriale dell’Arma dei Carabinieri entro i successivi tre, ma non attribuisce alle forze dell’ordine il potere di eseguire controlli spontanei.[30]  

 

Distruzione delle scorte

Le scorte di mine antipersona immagazzinate negli arsenali italiani ammontavano a 7.100.000 pezzi, un numero ben superiore a quello di ogni altro Paese membro dell’Unione Europea. Di queste, circa 6.500.000 erano mine attive e 600.000 da esercitazione.[31]

Il programma di distruzione ha preso avvio nel febbraio 1999 ed è stato portato a termine nel novembre 2002, secondo quanto previsto dalla legislazione nazionale e in anticipo rispetto alla scadenza imposta dal Trattato per la messa al bando delle mine (ottobre 2003). La distruzione è stata realizzata in due impianti militari, presso uno dei quali era operativa una impresa tedesca. Durante le riunioni dei Comitati Permanenti nel febbraio 2003 è stata fatta una presentazione completa del processo di distruzione. [32] E’ interessante notare che l’Italia ha distrutto le proprie scorte di mine MUSPA e MIFF che un altro Stato parte del Trattato di Ottawa, la Germania, non classifica come mine antipersona e di conseguenza non ha distrutto. Nel corso della V riunione degli Stati Parte del Trattato di Ottawa, i rappresentanti del Ministero della Difesa hanno sottolineato che l’esperienza acquisita distruggendo un arsenale così ampio avrebbe potuto essere usata per distruggere scorte simili di altri Paesi o adattata per smaltire altri tipi di mine, tra cui le PFM.[33]

Mine conservate in base all’art. 3

La relazione presentata dall’Italia in ottemperanza all’art. 7 nell’aprile 2004 dichiara che, alla fine del 2003, rimanevano conservate negli arsenali italiani 811 mine da utilizzare per i fini consentiti, e non indica alcun consumo nel corso del 2002 e 2003. 803 di queste sono conservate dalle forze armate e  altre otto sono conservate nel Centro di Ricerca europeo di Ispra.[34] La relazione non fa menzione delle mine da addestramento conservate, che nella relazione precedente erano indicate nel numero di 7.181.[35] Nel maggio 2002 l’Italia ha infatti dichiarato che le mine da addestramento sono inerti e quindi incapaci di funzionare, e per questo non è necessario includerle nelle relazioni presentate in base all’art. 7.[36] Il Registro delle Mine curato dal Ministero della Difesa il 10 ottobre 2003 riferisce di un totale di 6.584 mine conservate, delle quali 811 attive e 5.773 da addestramento.[37] La legislazione italiana consente di conservare un massimo di 8.000 mine antipersona per scopi di addestramento e ricerca tecnologica destinata allo sminamento e alla distruzione di mine. [38]

Presenza di mine ed ordigni inesplosi

Si calcola che ogni anno gli artificieri appartenenti a diverse forze siano chiamati a rimuovere o disattivare circa 3.000 ordigni bellici inesplosi risalenti per lo più alla seconda guerra mondiale ma, nelle zone montuose dell’Italia settentrionale, anche alla prima. Nel corso del 2003 le operazioni di rimozione e messa in sicurezza di residuati bellici esplosivi hanno causato l’evacuazione temporanea di circa 80.000 persone. Nel settembre 2003, 9.300 persone sono state evacuate da una zona urbana di Torino, per permettere il disinnesco di due bombe sganciate nell’agosto del 1943 e ritrovate durante lavori di scavo nello stadio locale.[39]

Nel 1999, le acque territoriali italiane nel mare Adriatico sono state contaminate da munizioni, comprese anche bombe a grappolo, scaricate in acqua da aerei NATO di ritorno da operazioni sull’allora Repubblica Federale di Jugoslavia. La NATO ha dichiarato di aver scaricato 235  munizioni. Di queste, 202 erano state identificate entro il marzo del 2000, ma successivamente i lavori di bonifica sono dovuti riprendere. Ci sono state segnalazioni di incidenti a danni di pescatori, e per un certo periodo si è dovuto ricorrere al blocco della pesca, indennizzando pescatori ed armatori coinvolti. [40]

Finanziamenti e assistenza per la lotta contro le mine

L’azione del governo

Nell’arco del 2003, l’Italia ha messo a disposizione un totale di 5.114.126 euro per attività umanitarie contro le mine.[41] Si tratta di un sostanziale taglio rispetto al totale di 9.910.000 euro stanziati nel 2002.[42] Questa riduzione di quasi il 50% è in contrasto con il fatto che l’Italia abbia sostenuto la risoluzione 58/127 dell’Assemblea Generale ONU che richiedeva agli Stati di aumentare i finanziamenti per la lotta alle mine, oltre che con le dichiarazioni della delegazione italiana in sede di Comitati Permanenti del Trattato di Ottawa (febbraio 2003) che insistevano sull’importanza di garantire continuità nei finanziamenti per l’azione contro le mine.[43]

Finanziamenti per 2.582.000 di euro sono stati stanziati attraverso il Fondo per lo Sminamento Umanitario (che era stato finanziato per 9.810.000 euro nel 2002). Altri 2.950.000 sono arrivati dalla Direzione Generale Mediterraneo e Medio oriente del Ministero Affari Esteri per l’emergenza in Iraq, e 85.670 dalle Direzione Generali Europa e Americhe per la Croazia e l’Organizzazione degli Stati Americani.[44] I fondi sono stati ripartiti su sette Paesi e tre organizzazioni:

  • Angola: 700.000 euro (di cui 500.000 attraverso il Programma ONU per lo Sviluppo – UNDP – per il miglioramento della pianificazione e del coordinamento delle attività contro le mine, e 200.000 attraverso UNICEF per attività di educazione al rischio mine integrate con quelle di bonifica.
  • Azerbaigian: 200.000 euro da destinare alla costruzione di una capacità nazionale di mine action, erogati attraverso UNDP.
  • Bosnia Erzegovina: 400.000 euro attraverso UNDP per il coordinamento delle attività di mine action.
  • Croazia: 193.000 euro di cui 168.000 a sostegno del centro di coordinamento delle attività contro le mine CROMAC per la bonifica, e 25.000 per il centro di riabilitazione di vittime da mina a Rovinj.
  • Iraq: 2.946.171 euro di cui 2.446.171 canalizzati attraverso UNMAS (United Nations Mine Action Service) per attività di bonifica di emergenza, e 500.000 attraverso UNDP per attività contro le mine (ivi compresa l’assistenza alle vittime) nella zona di Nassirya dove è stazionato il contingente italiano.
  • Sudan: 102.285 attraverso UNMAS per attività di bonifica di emergenza.[45]
  • Yemen: 200.000 euro tramite UNDP per l’istituzione di un programma integrato di mine action.
  • Organizzazione degli Stati Americani: 100.000 per attività di mine action in Costa Rica e Honduras e 60.670 per l’assistenza alle vittime e programmi di educazione al rischio mine in Colombia, Ecuador e Perù.[46]
  • Geneva Call: 100.000 euro erogati tramite UNMAS per iniziative volte a promuovere l’universalizzazione della messa al bando delle mine presso i gruppi armati non statuali.
  • Geneva International Centre for Humanitarian Demining: 112.000 di cui 67.000 per il programma di sponsorship per la partecipazione dei governi più poveri alle riunioni internazionali relative alla Convenzione di Ottawa e 45.000 per l’Unità di appoggio all’applicazione della Convenzione.

Il Landmine Monitor stima che i fondi stanziati dal governo italiano per le attività di lotta alle mine dal 1999 al 2003 hanno raggiunto un totale di 27.120.000 euro.

Finanziamenti italiani per la lotta alle mine dal 1999 al 2003[47]

 

1999

 €

2000

2001

2002

2003

Totale

Fondo per lo Sminamento Umanitario

 

 

2.582.000

9.810.000

2.582.000

14.974.000

MAE

4.766.000

1.703.000

3.046.000

   100.000

2.528.000

12.143.000

Totale

4.766.000

1.703.000

5.628.000

9.910.000

5.110.000

27.117.000

In totale, secondo una stima del Landmine Monitor, dal 1995 al 2003 l’Italia ha stanziato circa 50 milioni di dollari per attività di lotta alle mine.[48] La banca dati degli investimenti in mine action  gestita da UNMAS riporta finanziamenti italiani per 23.8 milioni di dollari nel periodo 1999-2003 e 30 milioni di dollari per il periodo 1995-2003.[49] Tra i Paesi riceventi si annoverano la Cambogia, il Ciad, l’Etiopia, il Laos, il Libano, il Mozambico, lo Sri Lanka e la Repubblica Federale di Jugoslavia (Kossovo).

Sempre secondo una stima del Landmine Monitor, nel periodo 1999-2003 sono stati destinati a progetti di assistenza alle vittime stanziamenti per circa 4,5 milioni di dollari così ripartiti: 1.586.042 nel 1999, 1.320.000 nel 2000, 1.145.537 nel 2001, 95.000 nel 2002 e 379.811 nel 2003.[50]

Il Fondo per lo Sminamento Umanitario fu istituito per legge su proposta dei Verdi, con l’obiettivo di ottenere finanziamenti per 50 miliardi di lire nel 2000. L’approvazione della legge slittò fino al febbraio 2001 ed i livelli di finanziamento previsti subirono una riduzione. Nel febbraio 1999 era già stato istituito il Comitato Nazionale per l’Azione Umanitaria contro le Mine (CNAUMA), che da allora gioca un ruolo importante nell’orientare la partecipazione italiana alle attività di mine action ed ha prodotto, nel giugno 1999, linee guida per l’azione contro le mine. Il CNAUMA è un tavolo consultivo tra i ministeri competenti, le ONG ed entità coinvolte nella lotta alle mine, e si riunisce sotto l’egida del Ministero per gli Affari Esteri.[51]

Nel febbraio 2004 è stato annunciato a livello internazionale che gli stanziamenti inseriti nella Finanziaria 2004 e destinati al Fondo per lo Sminamento Umanitario per il triennio 2004-2006 ammontano complessivamente a 7.646.000 euro: un drastico taglio rispetto agli stanziamenti degli ultimi anni che ammontavano mediamente a circa 5 milioni di euro l’anno, e rispetto alla cifra di 36 milioni di euro per il triennio richiesta dal Ministero degli Affari Esteri.[52]  Nel corso del dibattito parlamentare sulla Finanziaria tra ottobre e dicembre 2003, la Campagna Italiana contro le Mine ha condotto un’ampia azione di sensibilizzazione e pressione politica per ottenere un adeguato finanziamento del Fondo. Tra le azioni realizzate si ricordano un’audizione della Premio Nobel per la Pace Jody Williams, già coordinatrice della Campagna Internazionale per la messa al bando delle mine, al Comitato Diritti Umani della Commissione Affari esteri della Camera, la diffusione di comunicati stampa e la realizzazione di numerose interviste. Il 5 dicembre 2003 sono state consegnate al Capo Segreteria del Presidente della Camera le firme ed adesioni raccolte a sostegno della richiesta di stanziamenti adeguati per il Fondo, insieme alle lettere inviate da numerose organizzazioni non governative nazionali ed internazionali impegnate sui diversi fronti della lotta alle mine.[53] Queste iniziative hanno indotto la Commissione Affari Esteri a votare all’unanimità una risoluzione che impegna il governo a continuare la propria azione per la promozione della messa al bando delle mine e a sostenere la lotta contro questi ordigni mettendo a disposizione la cifra richiesta dal Ministero degli Esteri. Malgrado tutto, però, la richiesta di finanziamenti più consistenti è stata respinta, e la presentazione di emendamenti alla Camera ed al Senato a questo scopo non è stata coronata da successo.[54]

Nel maggio 2004 il Ministero degli Esteri ha deciso di modificare la suddivisione prevista per i finanziamenti del Fondo per lo Sminamenti Umanitario in modo da escludere l’Iraq, già beneficiario di numerosi altri stanziamenti.  Di conseguenza, i fondi per l’esercizio 2004 sono stati così destinati:[55]

Afghanistan

  84.000

Per acquisto metal detector italiani

Angola

699.500

Di cui  499.500 via UNDP e 200.000 per educazione al rischio mine via UNICEF

Azerbaijan

150.000

UNDP

Bosnia - Herzegovina

500.000

UNDP

Croazia

250.000

Trasferimento bilaterale tra Italia e Croazia

Eritrea

  84.000

Per acquisto metal detector italiani via UNDP

Sudan

200.000

UNMAS

Tajikistan

  60.000

UNDP

Yemen

150.000

 

Geneva Interantional Center for Humanitarian Demining  (GICHD)

112.000

 

Organizzazione Stati Americani

100.000

 

Geneva Call

100.000

Per attività che coinvolgono gli attori non statali

Attività connesse con la messa al bando delle mine

  50.000

Di cui 25.000 per il Landmine Monitor e 25.000 via ICBL/Campagna Italiana contro le mine

Ministero Affari Esteri

  40.500

Costi amministrativi

 

Il Ministero degli Esteri ha dichiarato di voler ripresentare la propria richiesta di finanziare il Fondo per lo Sminamento Umanitario per un totale di 12 milioni di euro nella Finanziaria 2005.[56]

Nel corso del 2003, le forze armate italiane impegnate in missioni di mantenimento della pace all’estero hanno svolto attività di bonifica da mine e ordigni inesplosi in Afghanistan, Bosnia Erzegovina e Iraq. In Afghanistan hanno individuato e distrutto 3.410 mine antipersona e 69 anticarro, in Bosnia Erzegovina 155 mine antipersona e 30 anticarro, mentre in Iraq sono state distrutte tre bombe a frammentazione ed un missile.[57] Anche in anni precedenti i militari italiani hanno svolto attività simili, nonché di educazione al rischio mine ed addestramento alla bonifica da mine e ordigni inesplosi, in Paesi quali l’Albania, l’Angola, il Kossovo, il Kuwait, il Pakistan e Timor Est.[58]

Nel corso della quinta Riunione degli Stati Parte del Trattato di Ottawa tenutasi a Bangkok nel settembre 2003, rappresentanti del Ministero della Difesa hanno dichiarato che ciascun contingente delle forze armate italiane presente in un teatro operativo comprende una componente di artificieri/ esperti di bonifica. Si sta inoltre sviluppando un programma per l’utilizzo di cani addestrati al riconoscimento delle mine, che sarà pienamente operativo a partire dal 2008.[59]

Organizzazioni non governative ed altre realtà impegnate nella lotta alle mine e nell’assistenza alle vittime[60]

Nel 2003, l’unità di mine action dell’ONG Intersos ha svolto attività di bonifica ed educazione al rischio mine in Afghanistan, Angola, Bosnia Erzegovina e Iraq, e programmi di educazione al rischio mine in Pakistan. In Afghanistan, Intersos ha fornito assistenza, consulenze tecniche e formazione alle agenzie locali ATC (che si occupa di sminamento) e META (che realizza programmi di educazione al rischio mine). Il progetto in Afghanistan è iniziato nel gennaio 2003 e dura fino al febbraio 2004, ma se ne prevede una proroga.

In Angola, Intersos ha realizzato programmi d’emergenza di sensibilizzazione al rischio presentato dalle mine e dagli ordigni inesplosi,  a sostegno del rientro dei rifugiati nella provincia di Huila. Il programma è iniziato nel marzo 2003 e la sua durata era prevista fino al luglio 2004. Il progrmma di educazione al rischio mine prevede un flusso continuo di informazioni tra la popolazione locale, il personale di bonifica e gli operatori addetti alla sensibilizzazione.  Intersos è inoltre presente nella provincia di Kuando Kubango dove realizza interventi di emergenza di bonifica da mine e ordigni inesplosi per consentire il rientro dei profughi. A questi interventi si affiancano programmi di educazione al rischio mine e la raccolta di dati sull’impatto socio-economico della presenza di residuati bellici esplosivi sulla vita delle popolazioni locali.[61]

In Bosnia Erzegovina, tra aprile e dicembre 2003 Intersos ha portato a termine la bonifica del complesso industriale “FAMOS” e  di  altri lotti di alta priorità per la popolazione civile nella municipalità di Ilidza, a sud di Sarajevo. Il complesso industriale bonificato è stato suddiviso in lotti e destinato a piccole aziende che stanno intraprendendo nuove attività economiche, con un impatto notevole sulla comunità che soffre di un elevato tasso di disoccupazione. Sono in programma altre attività di bonifica nel cantone di Sarajevo per i prossimi mesi.[62]  Parte dei fondi utilizzati per la bonifica di aree nella municipalità di Ilidza sono stati raccolti dalla Campagna Italiana contro le Mine nel corso di un’iniziativa in memoria dell’oculista italiano Alessandro Carones, ucciso da una mina mentre si trovava in vacanza in Niger.[63] Per il 2004 si prevedono operazioni di area reduction su una superficie di 100.000 mq, la bonifica sistematica di un’area montuosa di 40.000 mq che comprende la pista da bob olimpica di Sarajevo ’84 ed un progetto di educazione al rischio mine indirizzato a rappresentanti sindacali e lavoratori.[64]

Dopo la conclusione dell’attacco sull’Iraq, Intersos ha realizzato un intervento di risposta rapida per la distruzione di mine ed ordigni inesplosi della durata di sei mesi nella zona di Bassora, al fine di consentire lo svolgimento delle operazioni umanitarie.  Il progetto si è concluso nel novembre 2003.[65] Due operatori espatriati e quattro operatori locali formati da Intersos hanno realizzato interventi di educazione al rischio mine nelle scuole elementari nella città di Bassora e in alcuni villaggi nei distretti settentrionali dell’area.[66] Inoltre, Intersos ha realizzato un programma di sensibilizzazione ai rischi presentati da mine e ordigni inesplosi presso il centro di transito per le popolazioni sfollate in rientro gestito dall’ACNUR nella zona del porto di Bassora.[67]

Negli anni precedenti, Intersos ha lavorato in questi stessi Paesi ed inoltre in Kossovo, la Repubblica Federale di Jugoslavia e l’ex Repubblica Jugoslava di Macedonia.[68]

Nel 2002 l’ONG Movimondo ha dato sostegno al programma di sminamento realizzato dall’esercito del Nicaragua con un progetto di educazione al rischio mine nel quadro di un progetto di sicurezza alimentare.[69] Nel 2001, il CESVI ha sostenuto attività di bonifica in Afghanistan, Bosnia Erzegovina ed Eritrea. L’azienda privata ABC (Appalti, Bonifiche e Costruzioni) ha eseguito lavori di bonifica in Croazia tra il 1999 e il 2001.[70]

Numerose ONG italiane – tra cui AVSI, CUAMM, Emergency e Intersos -- sono impegnate in programmi di assistenza alle vittime di mine.

Nel 2003, Intersos ha continuato a prestare assistenza a vittime di mine e residuati bellici esplosivi ed altre persone disabili nel suo centro ortopedico di Menongue, in Angola, assistendo 117 persone nel corso dell’anno di cui 97 vittime di mine. Il centro è stato aperto nel 1998 per fornire servizi tra cui riabilitazione fisica, fisioterapia, protesi e assistenza medica continua. [71]

L’AVSI (Associazione Volontari per il Servizio Internazionale) nel 2003 ha continuato il programma iniziato nel luglio 1998 per la riabilitazione medica (che comprende pronto soccorso, fisioterapia, produzione di protesi e supporti ortopedici) delle vittime di guerra in Uganda.[72]

L’ONG CUAMM fornisce assistenza medica nell’Angola settentrionale ma nel corso del 2003 non ha documentato alcun paziente ferito da mine nei propri centri.[73]

Nel corso del 2003, Emergency ha continuato a portare avanti i propri programmi di assistenza alle vittime in Afghanistan, Cambogia e Iraq. In Iraq, Emergency ha fornito assistenza chirurgica e riabilitazione fisica e sociale a civili vittime di guerra nei suoi due centri chirurgici nel Kurdistan iracheno.[74] Il programma di Emergency in Iraq è attivo dal 1995.

In Afghanistan, Emergency gestisce un ampio programma di assistenza medica, con il sostegno del Ministero della Sanità afgano, che comprende un centro di chirurgia di guerra e traumatologica a Kabul, un ospedale a Anabah, nella valle del Panshir (con reparti di chirurgia di guerra ed emergenza, medicina interna e pediatria), un centro chirurgico in costruzione nella regione di Hellmand, 24 centri di pronto soccorso/salute pubblica (che forniscono anche servizi di trasporto agli ospedali), un programma di assistenza sanitaria ai detenuti delle prigioni di Kabul e Shebergan, e un reparto di ostetricia e ginecologia a Anabah.[75]

In Cambogia, l’ospedale “Ilaria Alpi” costruito da Emergency a Battambang fornisce servizi di assistenza chirurgica alle vittime di guerra, e in particolare di mine, oltre a interventi di chirurgia generale e ricostruttiva. Emergency inoltre sostiene cinque centri di primo soccorso nella zona di Samlot, una delle aree più pesantemente minate nella provincia di Battambang. Il programma di Emergency in Cambogia è stato avviato nel luglio 1998.[76]

La Regione Toscana vanta un ampio programma di cooperazione medica che comprende, per il 2004, un progetto di assistenza a bambini vittime di mine in Yemen. Il programma prevede il ricovero presso ospedali toscani, per ricevere le cure del caso, di otto bambini all’anno. La Regione Toscana inoltre avvierà in collaborazione con la Croce Rossa Italiana per l’assistenza – sia in loco che in Toscana – di bambini iracheni colpiti dalla guerra.[77]

Dal 1999, la Croce Rossa Italiana ha contribuito a finanziare centri di assistenza e riabilitazione in Afghanistan (Kabul) ed Etiopia (Addis Abeba).[78]

Vittime di mine e ordigni inesplosi

Il 17 luglio 2004, un uomo di 70 anni – appartenente ad un’associazione culturale che raccoglie memorie delle due guerre - è morto, ed un  altro è rimasto gravemente ferito, in provincia di Venezia nell’esplosione di un residuato bellico che stavano maneggiando. L’ordigno probabilmente risaliva alla prima guerra mondiale.[79]

Nel gennaio 2003, tre turisti italiani sono rimasti uccisi ed un quarto ferito nell’esplosione di una mina anticarro nel deserto del Niger, non lontano dal confine algerino.[80] Nell’aprile 2003, alcuni soldati italiani sono rimasti feriti quando il veicolo sul quale viaggiavano ha colpito una mina nella provincia di Khost, in Afghanistan.[81] Nel maggio 2002, un soldato italiano è rimasto ucciso nello scoppio di una mina anticarro nell’Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia. Non sono state registrate altre vittime italiane di mine dal 1999.



[1] La posizione italiana in materia di mine ha cominciato a cambiare a partire dal 1993. La produzione e l’esportazione sono state interrotte nel 1994 e a partire dal 1995 il parlamento ha collaborato strettamente con la Campagna Italiana contro le Mine per elaborare una legislazione per la totale messa al bando delle mine antipersona.  Pur avendo partecipato a tutte le riunioni preparatorie del processo di Ottawa, l’Italia inizialmente era favorevole ad un negoziato all’interno della Conferenza sul disarmo. L’impegno italiano nei confronti del processo di Ottawa comunque si concretizzò all’epoca della conferenza di Bruxelles del giugno 1997. (Vedi Landmine Monitor Report 1999, pagg. 712-713). La Campagna Italiana per la messa al bando delle mine è stata avviata nel dicembre 1993.

[2] La legge 374/97 contiene una definizione di mina più ampia di quella del Trattato di Ottawa e che comprende anche le mine a doppio uso e quelle equipaggiate con meccanismi anti-maneggiamento o anti-rimozione. La legge richiede inoltre una relazione semestrale da parte del governo sulle misure di attuazione del Trattato, ma è priva di meccanismi di ispezione e di monitoraggio e non prevede alcun impegno sulla bonifica. La necessità di conciliare il testo della legge 374/97 con quello del Trattato ha causato ritardi nel processo di ratifica. Comunque, malgrado alcuni tentativi di “annacquare” la proibizione prevista dalla legge nazionale, si giunse alla conclusione che in caso di conflitto tra i due testi, sarebbe prevalsa la legislazione più forte. Per maggiori dettagli sul processo di ratifica, vedi  Landmine Monitor Report 1999, pagg. 713-715.

[3] Dichiarazione dell’Ambasciatore Carlo Trezza, rappresentante permanente alla Conferenza sul Disarmo a Ginevra, in occasione della quinta riunione degli Stati parte a Bangkok, 15-19 settembre 2003.

[4] Dichiarazione dell’Ambasciatore Carlo Trezza, comitato permanente sullo status generale e l’operatività della Convenzione di Ottawa, Ginevra 9 febbraio 2004.

[5] L’articolo 8 della Convenzione prevede misure per la facilitazione e chiarificazione sull’attuazione della Convenzione stessa.

[6] Campagna Italiana Contro le Mine, “Per un mondo veramente libero dalle mine. Il ruolo della Presidenza italiana dell’Unione Europea”, giugno 2003, www.campanamine.org

[7] Lettera del Sottosegretario Alfredo Luigi Mantica (prot. 006/1139), 30 luglio 2003.

[8] Nota inviata via fax dal Consigliere Paolo Cuculi, Ufficio V, Divisione Generale Affari Politici Multilaterali e Diritti Umani, Ministero degli Affari Esteri, 7 gennaio 2004. Nel maggio 2004, il presidente della Commissione straordinaria per la tutela e promozione dei diritti umani del Senato, Sen. Pianetta, ha scritto al Primo Ministro polacco, richiedendo alla Polonia di procedere speditamente alla ratifica del Trattato ed evidenziando che molti Stati nella regione avevano già  aderito.

[9] Per maggiori dettagli su queste iniziative diplomatiche, consultare la parte sull’Unione Europea del Landmine Monitor Report 2004.

[10] Alfredo Luigi Mantica, Sottosegretario agli Affari Esteri, relazione al Comitato Nazionale per l’Azione Umanitaria contro le Mine (CNAUMA), Ministero degli Affari Esteri, 29 ottobre 2002.

[11] Mozione sulle mine antiuomo, Senato della Repubblica, 15 ottobre 2002.

[12] Article 7 report, presentati il 27 aprile 2004 (per il periodo 17 ottobre 1998 – 31 dicembre 2003); il 16 aprile 2003 (per il periodo 17 ottobre 1998 – 31 dicembre 2002); il 2 maggio 2002 (per il periodo 17 ottobre 1998 – 31 dicembre 2001); il 30 aprile 2001 (per il periodo 17 ottobre 1998 – 31 dicembre 2000);  e il 29 marzo 2000 (che dichiara di coprire il periodo a partire dal 31 gennaio 2000.)

[13] Dichiarazione della delegazione italiana, V riunione degli Stati Parte, Bangkok, 15-19 settembre 2003.

[14] Dichiarazione relativa all’art. 1 del Trattato, Comitato permanente sullo status generale e l’operatività della Convenzione di Ottawa, Ginevra, 7 febbraio 2003.

[15] Intervento orale durante la riunione del Comitato permanente sullo status generale e l’operatività della Convenzione di Ottawa, Ginevra, 11 maggio 2001.

[16] Dichiarazione della delegazione italiana, V riunione degli Stati Parte, Bangkok, 15-19 settembre 2003.

[17]  Dichiarazione relativa all’art. 2, Comitato permanente sullo status generale e l’operatività della Convenzione di Ottawa, Ginevra, 7 febbraio 2003. Vedi anche Landmine Monitor Report 2002, pagg. 305-307.

[18] Al  momento della ratifica del II Protocollo, il 13 gennaio 1999, l’Italia ha depositato delle dichiarazioni interpretative allo scopo di avvicinare la definizione di mina antipersona contenuta nel protocollo a quella contenuta nel Trattato di Ottawa. Vedi anche Landmine Monitor Report 1999, pag. 716.

[19] Relazione sulla riunione del Comitato Nazionale per l’Azione Umanitaria contro le Mine (CNAUMA), Ministero degli Affari Esteri, 29 ottobre 2002 e interviste telefoniche con il Consigliere Paolo Cuculi, MAE,  marzo 2003.

[20] “Compra due mine su internet, allarme a Fiumicino” (AGI, 29 gennaio 2004). I Carabinieri hanno dichiarato alla Campagna Italiana contro le Mine di non poter rivelare ulteriori informazioni sul caso, essendo l’indagine ancora in corso (Lettera del Colonnello Filippo Raucci, Comando Regionale Carabinieri Liguria, 24 marzo 2004; e-mail del Maggiore Giorgio Manca, Ufficio Pubblica Informazione, Comando Generale Arma dei Carabinieri, Roma, 31 marzo 2004).

[21] “Nuoro, mina antiuomo davanti al comune di Gairo”, Agr, 10 marzo 2004.

[22] “Roma, allarme bomba alla Romanina: Era una mina antiuomo” (ADN-Kronos, 23 marzo 2004).

[23] “Trovate in un anfratto 49 mine antiuomo”, L’Unione Sarda, 8 marzo 2004. “Sette anni fa il clamoroso furto vicino a Sassari”,  L’Unione Sarda, 8 marzo 2004. “Nuoro: scoperte in una grotta 45 mine antiuomo”, Agr, 7 marzo 2004. “Sardegna: trovate mine antiuomo rubate”, Agr, 31 maggio 2004.

[24] “Plico con una mina antiuomo alla redazione di Repubblica”, www.repubblica.it, 27 agosto 2004.

[25] Art. 7  L. 374/97

[26] V. Landmine Monitor Report 1999, pagg. 717-729. Queste aziende sono nate tra il 1969 ed il 1977 e, fino alla  fine degli anni Ottanta, hanno prodotto e venduto mine su larga scala, anche grazie ad una regolamentazione permissiva delle esportazioni, al sostegno offerto dalle banche ed ai finanziamenti pubblici destinati ai progetti di sviluppo di sistemi d’arma. Le vendite si sono rapidamente orientate all’esportazione, soprattutto verso aree di conflitto. La Valsella ha aperto una filiale  a Singapore ed ha avviato collaborazioni che permettevano l’assemblaggio di mine Valsella a Singapore: la Singapore Technologies produce a tutt’oggi copie di mine italiane. La Tecnovar, invece, ha esportato mine e concesso licenze all’Egitto, Paese dal quale le mine sono state trasferite verso l’Afghanistan e il Ruanda. La Misar ha concesso licenze ad aziende in Spagna (Expal), Portogallo (Spel), Grecia (Elviemek), Pakistan (POF) e Australia.

[27] Article 7 Report, modello E, 30 aprile 2001.

[28] Article 7 Report, modello E, 16 aprile 2003: “Le autorità militari nazionali incaricate della raccolta e distruzione delle mine antipersona possedute o detenute

[29] Intervista telefonica con il Col. Oliva, Ministero della Difesa, 2 maggio 2003. Cfr. anche Landmine Monitor Report 200, p.670.

[30] Legge 374/97 del 29 ottobre 1997, art. 3. La Misar ha consegnato, come previsto dall’art. 4 della stessa legge, i brevetti e le tecnologie di cui era in possesso, e non risulta aver effettuato vendite di mine fin dal 1995.

[31] Nel corso del tempo sono stati dati totali leggermente differenti tra loro: 7.123.672 (di cui 593.861 da esercitazione) nel Registro delle Mine pubblicato dal Ministero della Difesa il 10 ottobre 2003, pag. 5; 7.122.811 (di cui 593.000 da esercitazione) nella presentazione sulla distruzione delle scorte italiane al Comitato Permanente per la distruzione delle scorte, Ginevra, 6 febbraio 2003; 7.122.739 (di cui 592.901 da esercitazione) nella relazione ex art. 7, mod. B, 2 maggio 2002;  7.117.126 (di cui 587.317 da esercitazione) nella relazione ex art. 7, mod. B, 29 marzo 2000. I principali modelli di mine conservate negli arsenali italiani erano:  PMC (2.068.193),  AUPS (1.738.781), VAR 40 (1.420.636), MAUS-1 (623.755), Valmara 69 (410.027), MK2 (216.546), KB44 (21.840), MUSPA (10.160), MIFF (6.400), MUSA (1.760),  VS-50 (180), VS-JAP (160) e Claymore (86). Molte mine sono state indicate come “fuori uso”. 

[32] “Distruzione delle scorte italiane di mine antipersona”, Comitato Permanente per la distruzione delle scorte, Ginevra, 6 febbraio 2003. Cfr. anche Landmine Monitor Report 2002, pag. 306 e Landmine Monitor Report 2003, pagg. 298-299.

[33] Intervento del rappresentante del Ministero della Difesa al Comitato Nazionale per l’Azione Umanitaria contro le Mine, Roma (Ministero Affari Esteri), 30 ottobre 2003.

[34] Article 7 report, Mod. D, 27 aprile 2004.

[35] Article 7 report, Mod. D, 2 maggio 2002.

[36] Intervista del Landmine Monitor (HRW) alla delegazione italiana durante le riunioni dei Comitati Permanenti del Trattato di Ottawa, Ginevra, 31 maggio 2002.

[37] Registro delle Mine, Ministero della Difesa, 10 ottobre 2003, pag. 5.

[38] Legge 26 marzo 1999, n. 106 (ratifica ed esecuzione del Trattato di Ottawa), art. 4.

[39] “L’Italia disseminata di ordigni inesplosi. A 60 anni dai bombardamenti, i ritrovati di residuati sono quasi dieci al giorno”, Metro, 29 settembre 2003.

[40] Cfr. Landmine Monitor Report 2001, pagg. 722-723.

[41] Relazione del Ministero per gli Affari Esteri durante una riunione per definire le priorità in materia di lotta alle mine per il 2004. Roma, Ministero Affari Esteri, 2 febbraio 2004. Article 7 Report, mod. J, 27 aprile 2004.

[42] Article 7 Report, mod. J, 16 aprile 2003. La banca dati sugli investimenti nella lotta contro le mine gestita da UNMAS (United Nations Mine Action Service) indicava i finanziamenti italiani per il 2002 in 9.9 milioni di dollari (www.mineaction.org, accesso del 2 aprile 2004).

[43] Dichiarazione della delegazione italiana, Comitato Permanente sulla bonifica, l’educazione al rischio mine e la tecnologia, Ginevra, 5 febbraio 2003.

[44] Relazione del Ministero per gli Affari Esteri durante una riunione per definire le priorità in materia di lotta alle mine per il 2004. Roma, Ministero Affari Esteri, 2 febbraio 2004. Dichiarazione della delegazione italiana, Comitato Permanente sullo status generale e l’operatività della Convenzione. Ginevra, 9 febbraio 2004.

[45] I fondi destinati al Sudan erano stati inizialmente destinati alla Base di Risposta Rapida di UNMAS con sede a Brindisi e “dirottati” in ragione dell’emergenza umanitaria nel Paese e della sua ratifica del Trattato per la messa al bando delle mine, oltre che per garantire continuità ai finanziamenti italiani in questo campo. (Relazione sulla riunione del Comitato Nazionale per l’Azione Umanitaria contro le Mine , MAE, Roma, 30 ottobre 2003)

[46] Article 7 Report, mod. J, 16 aprile 2003; banca dati di UNMAS sugli investimenti in mine action www.mineaction.org (accesso del 15 maggio 2004); intervista telefonica con Raffaella Pavani, Consigliere, Direzione Generale Americhe, Ministero Affari Esteri, 17 maggio 2004.

[47] Dati tratti dalle precedenti edizioni del Landmine Monitor Report

[48] Cfr. Landmine Monitor Report 2003, Executive Summary, pag.55. I finanziamenti per il 1995-97 sono stati di circa 10,5 milioni di dollari mentre nel 1998 sono ammontati a circa 12 milioni di dollari.

[49] Multi-year donor report: Italy, UNMAS  Mine Action Investments Database, www.mineaction.org (accesso del 2 aprile 2004)

[50] Dati tratti dalle precedenti edizioni del Landmine Monitor Report. Conversione al dollaro calcolata usando il tasso di cambio di ciascun anno.

[51] Cfr. Landmine Monitor Report 2001, pagg. 719-720; Landmine Monitor Report 2000, pagg. 668-669; Landmine Monitor Report 2002, pagg. 307-308.

[52] Dichiarazione della delegazione italiana al Comitato Permanente per lo status generale e l’operatività della Convenzione, Ginevra, 9 febbraio 2004.

[53] “Finanziaria: solo le briciole per lo sminamento umanitario”, www.vita.org, 21 ottobre 2003.  Tra le ONG internazionali che hanno scritto al Presidente della Camera Casini a sostegno dell’appello della Campagna Italiana contro le Mine si contano la Campagna Internazionale per la Messa al Bando delle Mine, Astrian Aid For Mine Victims, Geneva Call, Handicap International, Jesuit Refugee Service Cambodia, Medico International, Mines Advisory Group e Women’s International League for Peace and Freedom. 

[54] Finanziaria 2004 – L.350/03 del 24 dicembre 2003, Tabella C.

[55] Nota del Ministero Affari Esteri distribuita nel corso della riunione del Comitato Nazionale per l’Azione Umanitaria contro le Mine, Roma, 22 settembre 2004.

[56] Riunione del Comitato Nazionale per l’Azione Umanitaria contro le Mine, Roma, 20 maggio 2004.

[57] Relazione presentata ai sensi dell’Art. 13 del Secondo Protocollo Emendato alla Convenzione su “Certe armi convenzionali”, mod. F, 10 novembre 2003.

[58] Cfr. Landmine Monitor Report 1999, pagg. 730-731, Landmine Monitor Report 2000, pag. 680, Landmine Monitor Report 2002, pag. 310 e Landmine Monitor Report 2003, pagg. 299-300.

[59] Presentazione del Col. Mario Amadei, Stato Maggiore della Difesa, quinta riunione degli Stati Parte del Trattato di Ottawa,  Bangkok 15-19 settembre 2003.

[60] Informazioni più complete sulle attività delle ONG italiane sono riportate nei capitoli del Landmine Monitor Report relativi ai Paesi d’intervento. Vedi www.icbl.org/lm/2004

[61] E-mail di Valentina Crini, esperta di educazione al rischio mine, Intersos, 13 aprile 2004.

[62] Questionario Landmine Monitor completato da Valentina Crini, esperta di educazione al rischio mine, Intersos,  4 febbraio 2004.

[63] Informazioni fornite da Stefano Calabretta, Coordinatore dell’Unità di mine action di Intersos, 1 marzo 2004.

[64] Informazioni fornite da Valentina Crini, esperta di educazione al rischio mine, Intersos, 6 aprile 2004.

[65] Intervista con Fernando Termentini, Direttore tecnico dell’Unità di mine action di Intersos, 6 aprile 2004.

[66] Intervista con Fernando Termentini, Direttore tecnico dell’Unità di mine action di Intersos, 6 aprile 2004.

 

[67] Intervista con Cesare Fermi, esperto di educazione al rischio mine, Intersos, 30 ottobre 2003,  Bollettino n.°4 “Intervento di reazione rapida per la bonifica da mine e ordigni inesplosi in Iraq”, a cura della Campagna Italiana contro le Mine, 3 novembre 2003.

[68] Cfr. Landmine Monitor Report 2001, pag. 727 e Landmine Monitor Report 2002, pag. 310.

[69] Intervista con Vincenzo Pira, Movimondo, 11 e 26 marzo 2003.

[70] Cfr. Landmine  Monitor Report 1999, pag. 731, Landmine Monitor Report 2001, pag. 727 e Landmine Monitor Report 2002, pagg. 310-311. Movimondo, CESVI e ABC non hanno fornito dati sulle loro attività più recenti.

[71] Questionario Landmine Monitor compilato dall’Unità di mine action di Intersos, 5 febbraio 2004. Per ulteriori dettagli sui programmi di Intersos in Angola negli anni passati, vedi le precedenti edizioni del Landmine Monitor Report su www.icbl.org/lm

[72] Questionario Landmine Monitor compilato da Davide Naggi, Coordinatore del programma dell’AVSI a Gulu, 1 marzo 2004. I dati forniti sono stati raccolti grazie alla stretta collaborazione con gli ospedali locali, il laboratorio ortopedico regionale e il reparto genieri della IV divisione dell’esercito. Per maggiori informazioni sui programmi dell’AVSI in Uganda, vedi il capitolo sul Paese africano consultabile su www.icbl.org/lm/2004 e le precedenti edizioni del Landmine Monitor Report.

[73] E-mail di Roberta Gambalonga, CUAMM, 11 marzo 2004.

[74] Questionario Landmine Monitor compilato da Donatella Farese, desk officer di Emergency per l’Iraq, 3 marzo 2004.

[75] Questionario Landmine Monitor compilato da Sandro Greblo, Desk officer per l’Afghanistan, Emergency, 31 marzo 2004.

[76] Questionario Landmine Monitor compilato da Sonia Riccelli, Desk officer per la Cambogia, Emergency, 28 marzo 2004.

[77] E-mail di Paola Salvi, Dipartimento diritto alla salute e politiche di solidarietà, Regione Toscana, 16 aprile 2004.

[78] La Croce Rossa Italiana non ha messo a disposizione del Landmine Monitor alcuna informazione sulle sue più recenti attività collegate alle mine.

[79] “Veneto: esplode ordigno bellico a San Donà, un morto e un ferito”, ADN Kronos, 17 luglio 2004.

[80] “Niger, iniziato trasferimento delle salme dei turisti italiani”, La Repubblica, 5 gennaio 2003.

[81] “Several injured as Italian military vehicle hits mine in Afghan southeast”, Islamic Republic of Iran External Service, 26 aprile 2003.