Landmine Monitor 2025: fotografia di un anno complesso


Di Tibisay Abrosini (Responsabile rapporti istituzionali e comunicazione della Campagna Italiana contro le Mine)
Credits: Mosaico di Pace
La 27a edizione del Landmine Monitor è stata presentata lo scorso 1° dicembre a Ginevra, in occasione del 22° Meeting degli Stati Parte (MSP) alla Convenzione della Messa al Bando delle Mine Antipersona (APMBT) che si è svolto dal 1 al 5 dicembre presso il Palais de Naciones.
Il Monitor 2025, che fornisce i dati relativi all’anno solare 2024, ma con informazioni che coprono fino a ottobre
2025 dove possibile, rappresenta l’impegno della società civile a far sì che i governi rispondano degli obblighi assunti in materia di mine antipersona. Ciò avviene attraverso un’ampia raccolta, analisi e distribuzione di informazioni che coprono tutti gli aspetti dell’azione contro le mine.
Il periodo preso in esame nelle 163 pagine dell’ultima edizione del report presenta un quadro complesso e preoccupante che coincide con l’anno più difficile per la Convenzione dalla sua nascita. L’aumento delle vittime, in particolare tra i civili, la volontà di 5 Stati Parte di uscire dalla Convenzione, il venir meno degli USA come donatori, e non ultima la possibilità che la Polonia torni a produrre questi ordigni indiscriminati, sono alcune delle principali sfide che la Convenzione sta affrontando.
Incidenti
Partendo dal dato forse più doloroso, si nota che tra il 2020 e il 2024 gli incidenti da mina antipersona sono triplicati, rappresentando il dato annuale più alto dal 2011. Più precisamente, nel corso del 2024 le persone uccise o ferite da mine e residuati bellici esplosivi sono state 6.279. Gli incidenti si sono verificati in almeno 52 Stati. L’aumento si è registrato soprattutto nei Paesi colpiti dai conflitti, in particolare quelli che non rientranonella Convenzione, come ad esempio il Myanmar. Purtroppo, questo Paese per il secondo anno consecutivo detiene il più alto numero di incidenti, pari a 2.029. La Siria, altro Stato che non fa parte della Convenzione, segue la triste classifica con il secondo dato più alto pari a 1.015 incidenti. Altri Paesi con un numero significativo di incidenti sono l’Afghanistan e l’Ucraina, mentre sono stati registrati oltre 100 incidenti rispettivamente in Nigeria, Mali, Yemen, Burkina Faso, Iraq, Colombia e Sudan. Il 90% degli incidenti registrati coinvolge civili (5.385) e di questi il 47% è costituito da bambini (di cui il 22% sono bambine e il 78% bambini). Il dato relativo ai minori è particolarmente importante anche per l’aspetto dell’Assistenza alle Vittime, poiché i bambini sopravvissuti hanno esigenze specifiche e aggiuntive. Per esempio, i bambini le cui ferite hanno provocato l’amputazione degli arti richiedono un’assistenza riabilitativa più complessa. Sono necessarie nuove protesi man mano che crescono e può essere necessario un intervento chirurgico correttivo a causa del cambiamento della forma dell’arto residuo.
Nel periodo preso in considerazione dal Monitor, oltre che da parte del Myanmar, si è registrato un uso massiccio di mine antipersona dalla Russia. Inoltre, uso di questi ordigni è stato fatto dall’Iran e dalla Corea del Nord e si presume anche dalla Cambogia e dall’Ucraina. In particolare, perquanto riguarda l’Ucraina, non avendo preso parte ai lavori dell’ultimo MSP, non ha fornito alcun aggiornamento all’indagine in corso circa le accuse di utilizzo nel 2022, né sul trasferimento, annunciato per la fine del 2024, di mine antipersona, due invii, da parte degli Stati Uniti. Ricorso a questi ordigni è stato fatto anche da parte di gruppi armati non statali in ben 13 Paesi, di cui 10 Stati Parte (Benim, Burkina Faso, Camerun, Colombia, Repubblica Centro Africana, Repubblica Democratica del Congo, Mali, Niger, Nigeria e Togo) più India, Myanmar e Pakistan. Secondo i dati raccolti dai ricercatori del Monitor sono 12 i Paesi identificati come produttori di mine antipersona: Armenia, Cina, Corea del Nord, Corea del Sud, Cuba, India, Iran, Myanmar, Pakistan, Russia, Singapore e Vietnam. A questo dato va aggiunto quello relativo agli attori non statali presenti in Colombia, Egitto, Palestina (Gaza), India, Myanmar e Yemen, che negli ultimi anni hanno prodotto mine improvvisate. Ancora oggi sono 57 gli Stati, inquinati da mine antipersona, di questi ben 32 sono Stati Parte della Convenzione di Messa al Bando. Tra questi i Paesi caratterizzati da una contaminazione massiva sono l’Afghanistan, la Bosnia, la Cambogia, seguiti da Etiopia, Iraq, Turchia e Ucraina.
Nel corso del 2025 l’Oman ha ultimato la bonifica dei suoi territori, attività che dal 2014 è stata conclusa solo da altri 5 Stati Parte. Le nu- merose richieste di proroghe rispetto alle scadenze per ultimare le bonifiche, nel 2024 e nel 2025 presentate da 22 Stati Parte, lasciano immaginare un allungamento dei tempi per l’ultimazione di bonifiche e dichiarazioni di Paese libero da mine.
Fondi
Per completare il quadro, già complesso di suo, bisogna prendere in considerazione la riduzione dei fondi destinati alle attività di Mine Action. Rispetto all’anno precedente, il 2024 ha visto una diminuzione di fondi internazionali pari al 5%. In particolare, i fondi destinati all’Assistenza alle Vittime sono diminuiti del 23% rispetto al 2023.
Per il terzo anno consecutivo, l’Ucraina è rimasta il primo destinatario dei finanziamenti internazionali, ricevendo 252,4 milioni di dollari, pari al 33% di tutti i fondi dei donatori internazionali. Seguono Iraq (60,8 milioni di dollari) e Yemen (47,1 milioni di dollari), tutti Stati Parte del Trattato sulla messa al bando delle mine antipersona.
In questa allarmante cornice si inseriscono i 5 processi di ritiro dalla Convenzione da parte di Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania e Polonia motivati con la guerra in corso della Russia contro l’Ucraina e il deterioramento del contesto di sicurezza regionale. Nel corso del 22° MSP i cinque Paesi hanno dichiarato di voler mantenere il loro impegno nel rispettare il diritto internazionale umanitario (DIU), in particolare il Protocollo II modificato della Convenzione su alcune armi convenzionali (CCW), e hanno ribadito il proprio sostegno all’azione umanitaria contro le mine, alla cooperazione internazionale e alla trasparenza. Alcuni hanno anche affermato che i campi minati posati saranno segnalati, recintati e rimossi non appena non saranno più necessari, il che indica che alcuni potrebbero già pianificare il dispiegamento di mine antipersona sul loro territorio.
Questa posizione rappresenta, così come riconosciuto dall’Assemblea del MSP e riportato nel Rapporto finale del Meeting, “una battuta d’arresto e una sfida negli sforzi di universalizzazione” che necessariamente avrà un importante impatto e significative implicazioni sul diritto umanitario internazionale e sul disarmo umanitario in generale.
Situazione diversa quella dell’Ucraina, che ha tentato di “sospendere” l’operatività e gli obblighi del Trattato, mentre è coinvolta in un conflitto armato internazionale, cosa che è ritenuta illegale dal Trattato stesso. Posizione questa che è stata riaffermata durante i lavori del 22° MSP in cui si è ribadito che la Convenzione non consente di sospendere il suo funzionamento e di conseguenza i suoi obblighi e si è invitato l’Ucraina, in quanto Stato Parte, a impegnarsi ulteriormente nel quadro della Convenzione.
Oggi più che mai è importante difendere l’integrità della Convenzione per la messa al bando delle mine, ricordare i principi umanitari su cui si fonda, e ribadire la sua importanza proprio in situazioni di conflitto. Nessun motivo strategico può giustificare il ricorso alle mine antipersona, nessuna spiegazione tattica può consentire il disseminare questi ordigni subdoli, li abbiamo chiamati semi di carneficina, li abbiamo definiti un’eredità di morte e non hanno smesso di esserlo.
